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Sequenza prima: Introduzione al romanzo
Prima di accostare il lettore al paesaggio umano e geografico della scena romanzesca, prima di descrivere la realtà materiale, il sistema di valori in cui si muovono i personaggi della “fabula”, in un’alternanza di situazioni comiche e tragiche, Manzoni introduce direttamente l’anonima fonte secentesca, enunciando, attraverso un artificio tecnico che combina insieme stilizzazioni parodiche e velati giochi metaforici, le linee essenziali della sua poetica:
L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaveri, li richiama in vita, li passa in rassegna e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl’illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d’Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co’ loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggi, e trapontando coll’ago finissimo dell’ingegno i fili d’oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito sollevarsi a tal’argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de’ Politici maneggi, et il rimbombo de’ bellici Oricalchi: solo che havendo havuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo a lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ovvero sia Relatione.
Il lettore accorto avrà riconosciuto i retaggi della riflessione filosofica, dei dibattiti del “Conciliatore”, nonché della nuova tradizione storiografica e letteraria inaugurata da Walter Scott. Inoltre l’autore, con l’intransigenza intellettuale che lo contraddistingue, riscopre nell’aggrovigliato intreccio tra destino individuale e contingenza storica di un passato ormai remoto un sensum da predicare agli uomini del presente. Dal silenzio opaco in cui giacciono prigionieri del tempo, garantito dal documento storico (e dalla sua autenticità), Manzoni “richiama in vita” e “schiera di nuovo in battaglia” i “cadaveri” dei fatti memorabili, dando ad essi l’abito della forma narrativa romanzesca. E, nel “lasciarne memoria a Posteri”, fa propria la sollecitazione foscoliana secondo cui “la sapienza detta anch’essa romanzi alla Musa e alla Storia”.
Il dibattito sul genere “romanzo”, avviatosi quando il romanzo tardo-settecentesco “abilissimo sfruttatore di altri generi” ha ormai consumato tutte le sue possibilità espressive, trae alimento dal confronto con la storiografia illuministica da cui riceverà nuova linfa il “romanzo storico moderno”. La breve stagione delle democratizzazioni napoleoniche da una parte, le suggestioni romantiche per il “primitivo” ed il “popolare” dall’altra, accentuano la tensione del letterato verso una “verità” ormai necessaria sia alla letteratura sia alla storia civile. Nel dichiarare guerra al “tempo”, la “historia” non può continuare ad appagarsi di “spoglie sfarzose e brillanti” che riportano sulla scena del presente ancora ed esclusivamente le “Attioni gloriose” e le “Imprese de Prencipi”. Il fascino del reperto antico viene ora declinato su eventi e figure di profilo sociale minimo: gli umili. La novità dell’assunto manzoniano, al di là del gioco parodico e della mimesi dei moduli espressivi secenteschi, consiste nel sostituire i “qualificati Personaggi” della Storia con figure modeste, estranee ai “Politici maneggi”. Le vicende degli umili diventano oggetto di un “ricamo” nuovo che “trapontando coll’ago finissimo dell’ingegno i fili d’oro e di seta”, le sottrae all’usura del tempo, rivestendole di una forma narrativa. L’autografo secentesco, lo “scartafaccio” riportato all’attenzione dei “lettori d’oggigiorno”, perché custodisce tra le sue pagine una storia “molto bella”, inaugura una nuova stagione per il genere narrativo ottocentesco.
In esordio al romanzo, Manzoni invoca la storia nella accezione ciceroniana di magistra vitae e illustra dentro la metafora bellica la funzione pragmatica del fatto memorabile: recuperato dal continuum storico, liberato dalle catene del tempo, il fatto degno di memoria viene attualizzato con finalità parenetiche e chiamato “di nuovo in battaglia”. La parola autorevole del manoscritto secentesco svela, obliquamente, la funzione pragmatica della narrazione esemplare. Ma la consistenza del racconto esemplare si è tuttavia incrinata, essendosi smarrita una delle sue marche essenziali: i fatti narrati non sono più il resoconto autorevole di “imprese di Prencipi”, bensì “capitorno a gente meccaniche e di piccol affare”. La finzione del manoscritto serve per garantire l’autenticità dei fatti, mentre il silenzio sulle circostanze del recupero conferisce un alone di indeterminatezza funzionale alla strategia narrativa dell’autore. Siamo di fronte ad una novità senza precedenti nella tradizione letteraria italiana. La cronaca borghigiana, testimonianza di un episodio non inconsueto di sopruso e di violenza verso i più deboli, diventa “fabula” romanzesca per predicare una visione provvidenziale che piega gli eventi in direzione teteologica. Gli umili, i reietti dalla storia acquistano una legittimità letteraria. Fatti e personaggi considerati refrattari all’ambito letterario e pertanto rimossi dalla memoria collettiva sono ora riscoperti e reintegrati. La testualizzazione romanzesca di una cronaca dimenticata di povera gente non si limita a svolgere una funzione subalterna e di sostegno al monumentum di imprese illustri, ma si eleva essa stessa a monumentum. Il “popolare” che nei romanzi di Scott fungeva da mero supporto scenografico diventa ora il nucleo della narrazione. La Storia accostata al destino di “due villanucci” crea scompiglio: segnali di diffidenza ed esclamazioni scandalizzate di levano da più parti. Ad essere messa sotto accusa è soprattutto la “fabula”. Felice Romani pubblica una lunga recensione in tre puntate, su un giornale milanese, dove con un registro sarcastico e toni a tratti offensivi osserva scandalizzato come gli eroi del romanzo siano “due poveri lavoratori del contado di Como”. E aggiunge: “Due contadini che per la prepotenza di un nobile e per la dappocaggine di un curato non si possono sposare, sono essi gli eroi da collegare degnamente ad una epoca storica qualunque ella sia?”. Altrettanto disorientato anche il critico della austriacante “Biblioteca Italiana”, Paride Zajotti, per il quale la “storia” degna di romanzo è quella dei “fatti memorabili” e degli “uomini illustri”:
Chiameremo noi storia la miserabile cronaca d’un oscuro villaggio, le dubbiose memorie d’un’antica famiglia, le vecchie leggende che mai uscirono di mano alla plebe?
Lo stupore di Niccolò Tommaseo, recensore ufficiale dell’“Antologia”, può efficacemente essere assimilato allo stupore di Renzo quando entra a Milano nel “giorno in cui le cappe s’inchinano ai farsetti” (cioè il giorno della rivolta di San Martino). Lo “straniamento” del protagonista manzoniano di fronte ad una situazione da “mondo alla rovescia” ben si presta per rappresentare le reazioni del critico dell’ “Antologia” che commenta:
Un montanaro può certamente essere un uomo stimabile come un re: ma non so se meriti d’essere il soggetto d’un romanzo; non foss’altro, per la ragione che i montanari in Italia non si dilettano a legger romanzi.
Tommaseo, con i toni energici che gli sono familiari, denuncia un “pericoloso” stravolgimento degli ordini sociali: il “farsetto” anteposto alle “cappe”, appunto, l’homo plebeius elevato ad un rango sconveniente. Nell’impulsivo Renzo, in particolare, il critico individua segnali indecorosi. Il decor del popolano taciturno ed ossequioso verso i superiori s’incrina di fronte all’esuberanza di Lorenzo Tramaglino che “si mette a consulta col dottore”, convince le donne all’ “impresa di quel matrimonio surretizio”, e finisce con l’eccesso carnevalesco della “predica in un’osteria”. La “gente di nessuno”, la “gente perduta sulla terra” (come la apostrofa don Rodrigo), gli “infimi nella scala del mondo” sono riscattati da Tommaseo solo in una prospettiva escatologica dove potranno essere “primi nell’ordine della verità, non come agenti ma come pazienti”. Nell’orizzonte ideologico di Tommaseo l’ “ineguaglianza degli stati” può assurgere ad oggetto di narrazione, senza tuttavia arrivare a “far due villani gli eroi d’un romanzo”. Con i Promessi sposi – come mostrano eloquentemente le reazioni dei primi recensori – i codici e le convenzioni del romanzo borghese ottocentesco subiscono una trasformazione profonda: i tradizionali spettatori (lettori) non si riconoscono (non possono riconoscersi) negli interpreti del nuovo dramma. Solo i più democratici ed i più acuti osservatori dei fenomeni letterari percepiscono, nel gioco dialettico tra verità storica e finzione romanzesca, il conflitto tra passato e presente e il progressivo assottigliarsi del diaframma che aveva separato la letteratura dalla società. Nel clima romantico e risorgimentale di inizio secolo, anche la letteratura è chiamata a tenere il passo con le trasformazioni sociali. Non più concepita come “trastullo” o “fuggilozio” aristocratico, rinnovata nei contenuti e nelle forme, aspira a farsi interprete di quella “coscienza nazionale” stimolatrice di virtù civili. Un lettore attento e politicamente accorto come Vincenzo Gioberti esprime, dopo la lettura del romanzo, un giudizio di pacata approvazione, dove tuttavia il politico prevale sul letterato:
il provare al dì d’oggi che la natura umana può essere grave, nobile, grande, attrattiva, eroica, sublime fuori dei palagi e delle reggie, sulle piazze, fra i campi, e fino, per Dio nei tuguri e nelle umili officine, è cosa superflua.
Contro i censori dei “due foresi che vivono del loro lavoro” si schiera anche Giovita Salvini che difende la scelta manzoniana, riconoscendo il valore didattico-pedagogico del romanzo nell’obiettivo di “isvergognare e ridurre al niente i Rodrighi e gli Egidii”. La categoria etica degli “umili” acquista con Manzoni il diritto di cittadinanza nel genere romanzesco, in concomitanza con l’affermarsi di un realismo figurativo che privilegia gli “infimi”, coloro la cui unica risorsa è affidata alla dignità del lavoro. Una rapida sortita nei territori dell’iconografia ci mostra la parallela assunzione (anch’essa “rivoluzionaria”) dei vinti e degli umili a soggetto di rappresentazione pittorica in Th. Gericault e in Courbet, nonché la difesa della “pittura di genere” sostenuta dal marchese padovano Pietro Selvatico (1803-1880). Qualche decennio più tardi, un redattore del milanese “Crepuscolo” potrà affermare con sicurezza, presentando ai lettori un consuntivo sul romanzo in Italia:
da noi lo studio del popolo e della sua vita incominciò colla scuola manzoniana.
La narrativa di primo Ottocento riconosce all’opera manzoniana una funzione modellizzante. I Promessi sposi costituiscono un repertorio aneddotico, una “enciclopedia” utile per ricavare episodi, situazioni, figure e caratteri idonei a rappresentare con efficacia narrativa le “gente meccaniche e di piccol affare” che una società in via di rapida industrializzazione non può assolutamente ignorare.
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