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Origini lontane

  Le ragioni del grande evento, cioè della assunzione dell'istruzione come sua funzione da parte dello stato nella seconda metà del Settecento, non possono essere attribuite solo alla soppressione dei gesuiti; prova ne sia che questi ultimi si interessavano della scuola secondaria, mentre la riforma, soprattutto nel ducato di Milano, riguardò anche, se non principalmente, le scuole popolari. La soppressione può intendersi allora come una propizia occasione, come una concausa, giunta in un clima favorevole e attento alle problematiche riguardanti l'istruzione: ricerche sul territorio, riflessioni, considerazioni, progetti, piani di studi erano continuamente sollecitati dalle autorità governative e un nuovo clima culturale e ideologico, quello illuminista, faceva da sfondo alla Dominus ac Redemptor. 

   "Le Chalotais nel suo saggio d'educazione nazionale - scrivevano il consultore del governo di Milano Pecci e il regio economo monsignor Daverio - considera la soppressione de' Gesuiti per l'epoca più favorevole per secolarizzare l'educazione della gioventù, e renderla civile"[1]. La riforma, che ne scaturì, si fece  tuttavia "non per odio alla Chiesa, ma per la potenza della monarchia"[2] - ricorda B. Peroni; si può parlare piuttosto di un diffuso spirito antigesuitico, poiché numerosi furono gli ecclesiastici, anche ex gesuiti, che contribuirono all'istruzione nelle scuole divenute governative, per la mancanza di personale insegnante laico preparato, ed alcuni ordini religiosi, sopravvissuti a precedenti e successivi interventi governativi di riforma, continuarono nell'opera di insegnamento.

   La nuova legislazione scolastica non mise mai in discussione lo stretto legame fra pietà e dottrina, fra religione e stato, fra cristiano e cittadino-suddito e le pratiche di culto continuarono numerose ed obbligatorie, addirittura anche nel periodo seguente rivoluzionario. Il clero, più che cacciato dalle scuole, fu allontanato soltanto dalla loro direzione che fece da quel momento riferimento a magistrature comunali e governative, ma, scorrendo la lista di rettori, prefetti e maestri si nota che quasi tutti sono preti secolari o regolari o ex gesuiti. E' presente piuttosto una volontà di disciplinare e controllare un settore sino ad allora lasciato alla buona volontà degli ecclesiastici e all’iniziativa dei privati, attraverso anche il rinnovamento della formazione del clero destinato a coadiuvare l’azione della monarchia.

 

 

1 - Il principe illuminato e la felicità dei sudditi

       E' impossibile accennare alla questione delle riforme settecentesche senza postulare l'esistenza o l'influenza dell'assolutismo illuminato, che, nella tensione verso la costruzione di una nuova società, sentì il bisogno di concretizzare il suo processo nella creazione di una rinnovata coscienza dei popoli, per farla coincidere con le direttive politiche dei sovrani, considerati i regolatori dei supremi interessi di tutta la nazione[3]. La seconda metà del secolo XVIII vide così l’istruzione pubblica divenire, in gran parte d’Europa, una funzione dello Stato, un instrumentum regni, caratterizzata ovunque da uniformità di ispirazione e di intenti e finalizzata alla "felicità" del popolo, da ricercarsi nell'armonia tradizionale fra le varie classi sociali.

   Uno dei primi teorizzatori della laicizzazione dell'istruzione fu il giurista danese Johann Gottlieb Heinecke, conosciuto e letto nell'Italia di allora, che nel De jure Principis circa civium studia del 1738 delegava al sovrano il diritto di assegnare ai sudditi la professione più confacente alle loro attitudini e il dovere di imporre in ogni ordine di scuole una sicura disciplina didattica. La guida del sovrano non costituisce schiavitù, - afferma G. Heinecke - come non costituisce schiavitù la guida del padre sul proprio figlio, perché né l'uno né l'altro tendono al vantaggio proprio. Il pericolo di questo intervento dall’alto non è da vedersi nel sistema, ma nel fatto che si tratti non di un vero principe, ma di un tiranno. Il principe promuove le arti e i mestieri e tale diritto scaturisce dalla natura e dal fine della società civile, che può vivere una vita tranquilla e feconda solo quando una superiore autorità si preoccupi che le sue varie membra (capitani, magistrati, maestri, operai ecc.) adempiano i loro uffici. L’intervento del principe si presenta necessario per l'ordine e la tranquillità pubblica, come pure per gli studi stessi i quali richiedono maestri sapienti, scuole ben ordinate, biblioteche che solo lui può procurare e ordinare e consiste soprattutto nella selezione dei cittadini, a ciascuno dei quali assegna la professione o il mestiere, conforme alle sue attitudini, evitando così che studi teologia chi sarebbe nato per l'aratro e viceversa. Il suo potere perciò si rivolge anche all'istruzione, sorvegliando chi insegna, cosa insegna, come insegna.

   Alcune riflessioni dell'Heinecke si ritrovano in molti studiosi, anche italiani: lo Stato, se vuole conservarsi deve dare all'istruzione un indirizzo atto a formare cittadini convinti della bontà della struttura sociopolitica nella quale sono inseriti; il diritto di decidere circa gli studi spetta a coloro che la provvidenza ha messo a capo degli altri;  ogni genitore può decidere sul figlio entro l'ambito familiare e privato, ma spetta allo stato un intervento sul figlio in quanto cittadino[4].

  Ludovico Antonio Muratori nel 1749 nel saggio Della pubblica felicità[5], afferma che la felicità consiste "nel goder molti Beni quaggiù, onde possono avvenire assaissimo comodi al possidente” ma anche “nell'esenzione dai Mali" e che deve diventare "oggetto giornaliero, e più caro di chiunque è scelto dalla Divina Provvidenza al trono". E' "la tranquillità dell'Animo e del Corpo. Anche un povero Bifolco, anche un basso Artigiano, se prova pace in amendue i componenti dell'essere suo può ragionevolmente, e dovrebbe anche chiamar se stesso Felice, e dello Stato suo rendere grazie alla Divina Provvidenza"[6].

   Un “saggio ed amoroso Principe” o ministro cerca di promuovere “con prevenire ed allontanare i disordini temuti, e rimediare a i già succeduti […] Perciò i buoni Principi sono stati appellati Pastori e Padri del Popolo"[7] ed "hanno il dovere quindi di procurare la felicità al popolo con la giustizia, liberandolo dal male e accrescendogli i beni".

   Per questo è necessario che il principe si circondi di ministri competenti, preparando allo scopo la gioventù e proteggendo "tutti i Collegj, Seminarj, e Conservatorj della Gioventù tanto Nobile, che Civile, e Plebea dell'uno e dell'altro sesso. Cieco sarebbe, chi non conoscesse, quanto sia lodevole, quanto giovevole in ogni Popolazione e Città l'istituzione di sì fatti Luoghi, dove è tenuta in educazione la Gioventù". E' importante quindi allevare persone capaci di "sostenere i pubblici impieghi ed Uffizj", istituendo allo scopo anche delle Accademie[8].

   La società è un tutt'uno ed è paragonata dal Muratori ad un grande organismo, per cui felicità del principe e del popolo coincidono: "Il pubblico Bene è bene del Principe; e rinunzia al dovere e alla gloria sua quel Regnante, che unicamente pensa all'interesse proprio, con dimenticar quello de' Sudditi suoi"[9].

   Il diritto-dovere da parte del principe di occuparsi della istruzione pubblica è rivendicato anche nel Nuovo metodo per le scuole pubbliche d'Italia, uscito all'indomani della soppressione dei gesuiti, opera di Gian Rinaldo Carli, che era stato consigliere della Deputazione degli studi di Milano: "Come l'educazione privata per legge di natura è commessa ai genitori, così per diritto pubblico l'educazione della società al Principe solo particolarmente e direttamente appartiene, come a lui soltanto spetta di provvedere al bene universale de' sudditi sottoposti ed alla pubblica felicità"[10].

   Il vero dispotismo[11], un'opera anonima in due volumi, pubblicata nel 1776 dal conte milanese Giuseppe Gorani, riprende alcune tematiche dello Heinecke sulle funzioni del principe. Dopo aver data una definizione del dispotismo, lo distingue in vero dispotismo, "se colui, in cui sono riunite tante forze, viene regolato dalla virtù e dalla cognizione de' veri mezzi per mantenervisi" e tirannia, la degenerazione del dispotismo, "una malefica arbitraria volontà […] una distruzione d'ogni ordine sociale". L'opera del vero despota, guidata dalla virtù e dalla ragione, conduce il popolo alla felicità e può essere "l'origine la più facile della pubblica prosperità", quando è "calcolata dall’utile del suddito, che da lui si aspetta sicurezza, abbondanza, e prosperità”[12].

      Sulla definizione in forma quasi matematica della felicità, “quel sentirsi soddisfatti e paghi dello Stato, e sito presente della natura”, si sofferma l’abate Antonio Genovesi, in un’opera del 1777. In una vita vi sono dei punti o momenti spiacevoli e piacevoli: “ A chi dunque diremo quaggiù felice, o misero? A colui, cred’io, diremo beato, nel quale il ridotto del numero de’ punti felici moltiplicati per l’intensità eccede quello del prodotto de’ punti miseri moltiplicati per l’intensità, e misero chiameremo colui, nel quale la somma de’ punti infelici moltiplicati per l’intensità eccede quello de’ felici”[13]. La felicità, in un grado crescente di realizzazione, può essere individuale, economica, politica o della repubblica: “E’ difficile di trovare molte virtù in una persona, più ancora in tutti i membri d’una famiglia; e non so dire, se difficilissimo, o impossibile, di trovarne in tutto il corpo politico. Quindi è, che le persone felici son poche; meno, le famiglie felici; e rara, o niuna delle Repubbliche”[14].

   A.Genovesi nel delineare la funzione del principe ideale, “ch’è quella di ammaestrare, di sostenere, e di difendere i popoli, e di vegliare alla pubblica felicità”, ricorda Federico II di Sicilia, il quale affermava: “Il Sovrano sia padre e figlio, Signore e ministro della giustizia. Padre e Signore nel generarla, e nell’educarla, poiché sia nata, e difenderla gelosamente: figlio nel rispettarla e venerarla: e ministro nel distribuirla a ciascuno secondo i suoi diritti. L’arte del governo è un’Agricoltura politica, e il corpo politico è una vigna”[15].

    Alla base della saggezza sta l’istruzione, perché “savio è chi ha molte, vere, e sode cognizioni delle cose di questo mondo, dell’onesto e del disonesto: chi conosce le arti, per cui si vive, e sa servirsene; in brieve, chi ha ridotto a poter servire all’uomo i fatti della natura, e degli uomini, ma senza pedanteria”[16].

   “Lo Stato è una gran famiglia. Di qui seguita, che come nelle ben governate famiglie non si pensa solamente ad avere numerosa prole, ma a’ mezzi altresì di bene educarla, istruirla, e mantenerla con comodità: a quel modo medesimo è necessario, che nello Stato col promuovere la popolazione, si studj di bene educar la gente per parte dell’animo e del corpo, e procacciarle proporzionatamente i mezzi di sostenersi. Niuno Stato adunque non sarà giammai, né sacro, né ricco, né potente, se non vi sia educazione, e se l’industria, e una ben animata e regolata fatica non vi somministri abbondevolmente a tutti di quelle cose, che servono al bisogno, alla comodità, e al piacere della vita. L'Abbandonare queste cure al solo interesse e studio privato è di popoli selvaggi”[17].

   L'impegno del principe per la felicità del popolo è delineato da Isidoro Bianchi nel 1774: "Il principe - egli scrive - non deve aver altro a cuore, che il comodo, la sicurezza, ed il vantaggio maggiore de' suoi Sudditi. Il Principe non siede sul trono per vivere a se stesso, ed alla sua privata Felicità; vi siede solo per procurare la Felicità de' suoi Popoli. Egli ne ha solo la tutela, e non la servitù. Lo Stato non è suo, ma egli è dello Stato"[18].


[1] ASMi, SPA, 205, Lettera di Pecci e Daverio a Firmian, 16 ottobre 1773. Il volume citato è: CARADEUR DE LA CHALOTAIS,  Essai d'éducation nationale ou plan d'études pour la juenesse, 1763.  Di La Chalotais (Rennes 1701-1785), avvocato poi procuratore generale del re al parlamento di Rennes, sono noti anche i suoi Comptes rendus del 1761 e del 1762, quando ebbe l'incarico di esaminare le costituzioni dei Gesuiti. In essi La Chalotais chiedeva, per il bene della religione e dello stato, lo scioglimento della Compagnia di Gesù. Dal 1 aprile 1762 vennero chiusi i collegi tenuti dai gesuiti e dall'agosto successivi gli stessi religiosi furono secolarizzati. In questo contesto nacque il Piano di educazione di La Chalotais, che ebbe una vasta risonanza e fu tradotto in olandese (Amsterdam, 1767), in russo (Pietroburgo, 1770), in tedesco (Gottinga, 1771).

[2] B. PERONI, La politica scolastica dei principi riformatori in Italia, Nuova Rivista Storica, Anno XII, Fasc. III, 1928, p. 4.

[3] G. GULLINO, La politica scolastica veneziana nell'età delle riforme, Deputazione di Storia Patria per le Venezie, Venezia, 1973, p. 33..

[4] F. DE VIVO, L'istituto dell'obbligo scolastico. Origine, problemi, 1750-1858, Liviana, Padova, 1963, pp. 7-10.

[5] L.A. MURATORI, Della pubblica felicità, oggetto de' buoni principi, trattato di Lodovico Antonio Muratori bibliotecario del Serenissimo Signor Duca di Modena, Lucca, 1749. Ludovico Antonio Muratori, nato a Vignola-Modena nel 1672 e morto nel 1750, fu un erudito, storico e letterato. Divenuto sacerdote nel 1695 fu archivista a Modena nel 1700 e bibliotecario del duca Rinaldo d'Este. Di lui si ricordano soprattutto: Rerum Italicarum scriptores (1723-38) e Antiquitates Italicae Medii Aevi (1733-1743).

[6] Idem, p. 3.

[7] Idem, p. 14.

[8] Idem, p. 41

[9] Idem, p. 49.

[10] G.R. CARLI, Il nuovo metodo per le pubbliche scuole d'Italia, 1774, in G.B. GERINI, Gli scrittori pedagogici italiani del secolo decimottavo, Paravia, Torino, 1901, p. 172. Gian Rinaldo Carli (Capodistria 1720-Milano 1795), dopo aver studiato presso gli Scolopi, frequentò giurisprudenza a Padova. Nel 1750 era a Milano collaboratore de Il Caffè. Nel 1765 fu nominato presidente del Supremo Consiglio di Economia, che si interessava di dirigere e coordinare l'economia lombarda; sciolto nel 1771 il Supremo Consiglio di Economia divenne presidente del R.D. Magistrato Camerale. A questi anni risale il Nuovo metodo per le scuole pubbliche d'Italia (1774), nel quale, dopo aver constatato il decadimento degli istituti, affidava allo stato il compito di porvi rimedio. Nell'ultima parte della sua vita prevalse in lui un conservatorismo ideologico e politico e lo si nota in L'uomo libero (1778) in cui confuta il Contratto sociale di Rousseau e in Della disuguaglianza fisica morale civile fra gli uomini (Seminario , Padova,1792) contro i programmi della Rivoluzione francese.(Cfr. ROBERTO SANI, op. cit., pp. 197-213).

[11] G. GORANI, Il vero dispotismo, Londra, 1770, (in realtà Ginevra 1769). G. Gorani (Milano 1740-Svizzera 1819), aristocratico milanese, abbandonò il collegio dei Barnabiti per arruolarsi nell'esercito austriaco. Visse per lungo periodo in città estere, come Berlino, dove studiò diritto pubblico e naturale. Viaggiatore instancabile e insofferente, fu in Corsica, nei Balcani e nelle principali città europee, anche come diplomatico della monarchia asburgica. Nel 1768 si ristabilì a Milano da dove intrattenne corrispondenza con molti intellettuali europei e frequentò gli studiosi raccolti attorno al periodico Il Caffè. Nel 1790 fu introdotto a Parigi nei circoli rivoluzionari della capitale, dove fu proclamato cittadino francese. Trascorse gli ultimi anni in Svizzera.

[12] Idem, p. 23.

[13] A. GENOVESI, Delle scienze metafisiche per gli giovanetti, I Ed. Veneta, T. Bettinelli, Venezia, 1777, p. 391. Antonio Genovesi (Castiglione-Salerno 1713-1769), noto economista e scrittore campano, tenne a Napoli la prima cattedra europea di economia politica (1754).

[14] Idem, p. 396.

[15] A. GENOVESI, Lezioni di commercio o sia d’economia civile dell’Abate Antonio Genovesi regio catt. di Napoli, Remondini, Bassano, 1765, I Tomo, pp. 63-64.

[16] A. GENOVESI, Lettere accademiche su la questione se sieno più felici gli ignoranti che gli scienziati, Ed. II, Stamp. Simoniana, Napoli, 1779, p, 22.

[17] A. GENOVESI, Lezioni di…, op. cit., pp. 91-92.

[18] Idem, pp. 3 e 21.

 

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