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La
concezione antropologica
La concezione che
Bruner ha dell’uomo viene da lui stesso inscritta in uno Strumentalismo
evoluzionistico che dichiara un debito preciso tanto nei confronti
dello Strumentalismo di J.Dewey quanto della tradizione evoluzionistica
del pragmatismo americano.
Alle
radici del pensiero di Bruner: evoluzione, vita, ambiente, uomo
Punto di partenza per il nostro discorso è, ovviamente, il concetto
di vita.
"Il problema della natura e
delle caratteristiche della vita è il più grave e difficile. Scienziati
e filosofi, da tempo immemorabile, na hanno cercato la soluzione. La
biologia generale è quella
disciplina che cerca di desumere dallo studio dei singoli fenomeni vitali
i princìpi generali e comuni a tutti, per tentare una definizione
generale e sintetica della vita. Non possiamo dire di avere un'unica
definizione breve, completa, soddisfacente dei fenomeni vitali. Possiamo
però indicare alcune caratteristiche comuni a tutti i viventi. Innanzi
tutto dobbiamo dire che vita è un termine astratto, e che in pratica
abbiamo sempre a che fare con determinati organismi, con singoli individui
viventi."
La
medaglia dell'evoluzione ha due facce
La
medaglia, si direbbe, ha due facce, e nessuna delle due esisterebbe senza
l'altra, né la medaglia esisterebbe senza entrambe. Alla base, vi è
l'idea genericamente enunciabile come la sopravvivenza del più forte, nel
senso di più adatto. Ma più adatto a che cosa? Tra i molti equivoci che
si sono indebitamente lamentati dal secolo scorso in poi
sull'Evoluzionismo Darwiniano, oltre allo scorretto riduzionismo del
culturale al biologico, c'è anche il modo disorientato e disorientante di
individuare in tale "forza" evolutiva un carattere premiale. A
ben vedere, tutto si riduce alla capacità di arrivare all'età della
riproduzione, e a riprodursi: l'ambiente seleziona, tra tutti gli
individui di una specie, quelli più adatti a riprodurvisi, premiandone i
caratteri e sopprimendo tendenzialmente gli altri individui; ed i
caratteri ereditari tra quelli posseduti dai più adatti tendono a
fissarsi nelle generazioni successive. Ha così luogo l'evoluzione
biologica: la natura avanza proprio grazie a quegli individui che meglio
si adattano all'ambiente (ed ai suoi mutamenti), e sulla soppressione
degli individui della stessa specie o dei loro embrioni che sono meno
adatti a riprodurvisi; e questi ultimi possono anche costituire una larga
maggioranza.
Il
Pragmatismo
Fondatore del Pragmatismo è stato Charles Sanders Peirce (1839 -
1914); suoi esponenti di spicco negli Stati Uniti sono stati William James
(1842 - 1910). Georg Herbert Mead (1836 - 1931) e, quel che più ha dato
nel campo dell'educazione e della democrazia, John Dewey (1859 - 1952). Vi
sono delle differenze di intonazione e di campo d'indagine tra i quattro
studiosi, tanto che per il primo si parla di Pragmatismo Logico, per il secondo di Empirismo Radicale, e per Dewey di Strumentalismo. Queste non dovrebbero però far perdere di vista la
base teoretica unitaria, che era molto salda.
La
massima pragmatica
Nel saggio "Come rendere
chiare le nostre idee", Peirce enuncia quella che sarà la famosa
"massima pragmatica". Secondo Peirce la "primissima lezione
che abbiamo diritto di chiedere che la logica ci insegni è come rendere
chiare le nostre idee". Per far questo Peirce comincia ad analizzare
il dubbio; in esso noi siamo o immediatamente coscienti o mediatamente
coscienti: ci sono, così elementi 'presenti ad ogni istante finché
durano, mentre ci sono azioni che coesistono in una successione di
sensazioni". Il pensiero è da intendersi non come una unità fra le
sensazioni, ma come unità nel produrre una credenza.
Williams
James: la nascita del pragmatismo ufficiale
La
sua prima tendenza fu quella positivistico-spenceriana. James si proponeva
di portare la psicologia al livello di scienza naturale e a Spencer
riconobbe il merito di aver aperto il cammino alla psicologia scientifica.
Wright gli fece notare però quanto "deterministico" e
"aprioristico" fosse l'evoluzionismo spenceriano, dal quale
James ben presto si distaccò, rifiutando la riduzione "monistica"
del problema della psicologia: riduzione di stampo metafisico piuttosto
che scientifico.
J.
Dewey e l'educazione progressiva
La nostra fiducia va dunque nella
direzione del messaggio del pragmatismo americano, e che poi con John
Dewey ha avuto la sua concretizzazione pedagogica altissima anche in
questo secolo. Fiducia nell'educazione progressiva. Ed altresì fiducia
nelle radici più autentiche dell'Attivismo Pedagogico così come esso si
è storicamente sviluppato in Europa. Ci si riferisce, per rigore e
precisione, proprio alla corrente di pensiero e di lavoro che aveva di
fronte Pierre H. Bovet (1878 - 1965) quando, sul finire degli anni '10,
coniò il termine; termine ripreso poi da Adolphe Ferrière (1879 - 1960)
negli anni seguenti anche a proposito delle cosiddette èçoles
nuovelles; e non in sue riletture italiane del secondo dopoguerra.
In
effetti Dewey, teorico di base dell'Attivismo pedagogico
"storico", non prestava attenzione tanto e solo ad un attivismo
generico e purchessia, quanto ad una pedagogia che si qualificava
mediante strumenti concettuali di fondo quali quelli di continuità
e di interazione.
Predisposizione
ad apprendere e organizzazione delle conoscenze: il progetto uomo
Le chiavi concettuali sono rappresentate dall'idea di "homo
sapiens" e da quella di "homo faber": non ha importanza in
questa sede entrare nell'analisi sottile dell'una o dell'altra
connotazione della specie umana, nè del livello di corrispondenza tra
l'una e l'altra. Ciò che per noi è determinante è che la specie uomo
presenta simultaneamente entrambe le connotazioni. L'uomo è tale, con le
sue particolarità nei riguardi di tutte le altre specie viventi, in
quanto è l'unico capace di evoluzione culturale. Mancando questa, è solo
un animale come gli altri, e non avrebbe alcun fondamento nè senso
parlare di educazione, o di didattica di qualsiasi materia (ed in
particolare, di quelle tanto care a certi pedagogisti anti - scientifici
del passato, che venivano da loro definite "umanistiche" con una
millantata esclusività che è ormai chiaramente fuori luogo). Si potrebbe
parlare solo di imprinting alla nascita, e successivamente di
addestramento, forse. E ricordiamo che anche qui sta lo specifico della
pedagogia: l'esistenza di un suo oggetto specifico, l'uomo educabile.
L
'albero dell'evoluzione e la centralità del problema della mente rispetto
alla formazione
Se
la mente può essere definita come qualcosa che ha delle esperienze
tipiche, che cioè pensa ad eventi o a oggetti che sono lontani nel tempo
e nello spazio dal flusso immediato delle sensazioni; se un'intenzione
implica immagini mentali di eventi futuri in cui il soggetto immagina se
stesso come partecipante; e se la presenza di immagini mentali e il loro
impiego per regolare il comportamento forniscono una definizione
pragmatica della coscienza, i dati della psicobiologia indicano
l'impossibilità di negare un approccio unitario al problema evolutivo e
culturale della specie. Di conseguenza non è più possibile sostenere un
atteggiamento dualistico nel confronti del problema mente- cervello
-corpo.
La
predisposizione ad apprendere come fattore genetico-evolutivo
Questo
tipo di comportamento può essere assimilato ad una serie di altre capacità
complesse che attraverso l'uso dei processi di generalizzazione o la
formazione di schemi simbolici permettono all'animale di adattarsi
all'ambiente con comportamenti estremamente sofisticati.
L'organizzazione
della conoscenza: il bisogno di costruire scale gerarchiche
L'unicità
della mente umana, la separazione tra mente e cervello, tra materia e
spirito, il cosiddetto salto dialettico del cervello umano, ha
rappresentato un terreno di convergenze, spesso sorprendenti, tra
spiritualisti e marxisti, tra i fautori dello spettro nella macchina ed i
sostenitori della macchina come prodotto essenzialmente storico, come puro
frutto di tensioni dialettiche.
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