01 - Alle radici del pensiero...

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4. Alle radici del pensiero di Bruner: il pragmatismo, un sistema pedagogico per il nuovo secolo

4.1 Il Pragmatismo

Fondatore del Pragmatismo è stato Charles Sanders Peirce (1839 - 1914); suoi esponenti di spicco negli Stati Uniti sono stati William James (1842 - 1910). Georg Herbert Mead (1836 - 1931) e, quel che più ha dato nel campo dell'educazione e della democrazia, John Dewey (1859-1952). Vi sono delle differenze di intonazione e di campo d'indagine tra i quattro studiosi, tanto che per il primo si parla di Pragmatismo Logico, per il secondo di Empirismo Radicale, e per Dewey di Strumentalismo. Queste non dovrebbero però far perdere di vista la base teoretica unitaria, che era molto salda.

La classificazione data a questa corrente di pensiero viene coniata ufficialmente intorno al 1872 da Ch. S. Peirce nel corso degli incontri del "Club Metafisico" di Cambridge, Massachusetts, (di cui avremo modo di parlare successivamente) comprendente, oltre allo stesso Peirce, studenti e ex studenti di Harvard.

Proprio dall'origine del nome di questo movimento (derivato dalla distinzione kantiana tra praktisch e pragmatischl[1]), Sini si propone, in introduzione del lavoro, di dividere, e storicamente e filosoficamente due pragmatismi: quello di Peirce, "che vuole esprimere un ritorno alle impostazioni originarie nella convinzione che fossero state oscurate e fraintese", salvaguardato con il nome di "pragmaticismo" (1904), e quello di James, conosciuto poi in America ed in Europa. Per la storia del pensiero si hanno così un pragmatismo ufficiale e uno non ufficiale.

Il secondo, quello di Peirce, affermava che la funzione del pensiero è quella di imporre una regola d'azione, un "abito", un comportamento, ovvero una "credenza" (Belief). Ma le tesi di Peirce non ebbero immediata risonanza, quasi sicuramente, come dimostra Sini, attraverso la testimonianza di James, Peirce era il "...più curioso esempio di uomo ricco di talenti che non sia riuscito a farsi strada" (non ottenne mai una cattedra universitaria, nè riuscì a pubblicare quella dozzina di opere che aveva progettato in forma quasi definitiva); mentre James, dichiarando di far un "uso più ampio" della dottrina del significato di Peirce, volle tradurla in una teoria metafisica e morale della "verità". James rivendicava il valore "pratico” della fede religiosa, ritenendola dotata di un maggior valore di verità rispetto all'intellettualismo scientifico2 Proprio a questo punto Peirce si distacca da James, giudicando questo sviluppo irrazionalistico, "suicida".

Visti gli sviluppi, assai differenziati, e la doppia anima ispiratrice (logica e "platonica" quella di Peirce; volontaristica e empiristica quella di James), il pragmatismo ha però un unico nucleo di convinzioni: una concezione dinamica e spontanea dell'intelligenza (mind) e della conoscenza.

Accolta la tesi darwiniana delle variazioni spontanee che l'ambiente ha la funzione di accettare o di rifiutare, ma non di produrre, il pragmatismo cerca di svolgere evolutivamente e unitariamente il rapporto singolo-pluralità a vari livelli: organismo-ambiente, soggetto-oggetto, individuo-società

Seguendo così il lavoro del Sini, avremo tre ordini di problemi:

·       il problema dell’origine del pragmatismo nel contesto culturale americano;

·       il problema di ciò che intese Peirce per pragmatismo;

·       il problema di ciò che intese James per pragmatismo, non tralasciando i vari risvolti e le sostanziali applicazioni nei tentativi di rinnovare radicalmente la psicologia e la pedagogia.

4.2 La nascita del pragmatismo

La nascita del pragmatismo si può cosi riassumere in quattro punti:

  • il pragmatismo nacque come interpretazione logica di insieme, proposta da Peirce;

  • Peirce ebbe, più di tutti, coscienza viva del significato storico degli incontri del Club Metafisico;

  • il gruppo aveva un leader riconosciuto in Chauncey Wright;

  • il pragmatismo è nato prevalentemente dalle discussioni sull'evoluzionismo darwiniano del Wright fu il campione riconosciuto negli Stati Uniti. Wright perciò è l'anello essenziale di una linea di sviluppo che va dall'evoluzionismo darwiniano al pragmatismo nelle sue diverse direzioni.

4.3 I caratteri

Comune la base di formazione scientifica: Peirce era un chimico, occupatosi anche di problemi di geografia; James un medico con ricerche in psicologia scientifica; Mead, uno psicologo; Dewey aveva avuto una formazione equilibrata tra filosofia e scienze della vita.

4.4 La massima pragmatica

Nel saggio "Come rendere chiare le nostre idee", Peirce enuncia quella che sarà la famosa "massima pragmatica". Secondo Peirce la "primissima lezione che abbiamo diritto di chiedere che la logica ci insegni è come rendere chiare le nostre idee". Per far questo Peirce comincia ad analizzare il dubbio; in esso noi siamo o immediatamente coscienti o mediatamente coscienti: ci sono, così elementi 'presenti ad ogni istante finché durano, mentre ci sono azioni che coesistono in una successione di sensazioni". Il pensiero è da intendersi non come una unità fra le sensazioni, ma come unità nel produrre una credenza. La credenza implica in noi un'abitudine, che si espliciterà nell'esercizio della volizione: renderemo chiare le nostre idee nelle differenti azioni che le credenze fanno sorgere in noi. Avremo così vari significati nelle diverse abitudini che una credenza produce: nascerà quindi una nuova teoria del significato, ovvero l'enunciazione della massima pragmatica:

"Considerate quali effetti, che possono concepibilmente avere portate pratiche, noi pensiamo (conceive) che l'oggetto della nostra concezione abbia. Allora la nostra concezione di questi effetti è l'intera nostra concezione dell'oggetto". Ma per rendere chiare veramente le nostre idee dovremmo avere chiaro, prima di tutto, il concetto di realtà; proviamo allora ad applicare ad esso la nostra regola: "la realtà consiste ...] nei particolari effetti sensibili che le cose che partecipano ad essa producono. L'unico effetto che le cose reali hanno è di causare la credenza ...J. La questione, dunque, è come distinguere la vera credenza [...] dalla falsa credenza ...]. Ma per la soluzione di questo problema ci occorre il procedimento scientifico, che risulta essere il modo migliore di stabilire credenze; si avrà così definita la realtà: "L'opinione il cui fatto è che da ultimo si trovino d'accordo su di essa tutti coloro che indagano"; l'oggetto rappresentato in quest'opinione è appunto il reale. La realtà è dipendente dal pensiero in generale sebbene non dipenda da ciò che qualsiasi uomo pensi.

Peirce ritiene così che per questo concetto si sia trovata una chiarificazione soddisfacente, in virtù dell'applicazione della massima, la cui vera fecondità apparirà quando verrà applicata alle regole del ragionamento scientifico: questo consentirà anche di rendere vere le nostre idee.

Come rendere vere le nostre idee? Nel rendere pubblica la realtà: il metodo scientifico è l'unico presupposto per rendere possibile l'accordo di una realtà configurata come possibile, un possibile accordo delle indagini oggettive con i fatti, caratteri emergenti dell'esperienza "sociale" o "pubblica". La realtà dipende dalla scienza come ricerca infinita, pubblica, universale. Da tutto ciò dipenderà una nuova teoria dell’induzione, che si porrà in netto contrasto con le logiche di Mill e Wright, e proprio da questi diversi fondamenti nascerà la complessiva "filosofia logica" di Peirce.

Tralasciando gli aspetti più tecnici della teoria logica di Peirce, vediamo come nella solitudine di Milford, 1890-1894, egli si sforzò di sintetizzare il suo pragmaticismo per dargli un carattere di "sistematicità e compiutezza": nascerà, così il pensiero cosmologico, ma il sistema filosofico rimarrà affidato alla frammentarietà dei suoi scritti.

Nella cosmologia (divisa in Tichismo, Sinechismo e Agapismo) Peirce riunisce l'abduzione, la teoria pragmatica del significato e la teoria categoriale. Il sinechismo è la continuità della materia che Peirce aveva contrapposto a quel dualismo metafisico che poneva la frattura tra il pensiero e le cose. In questa sintesi Peirce sottolinea quali sono gli accordi ed i disaccordi con Wright e il darwinismo. Veniva rifiutato il meccanicismo newtoniano al quale Wright opponeva ragione di metodologia scientifica e Peirce vi aggiungeva anche ragioni religiose: I'universo è un processo retto da una ragione storica, non un meccanismo retto da una ragione geometrica: Wright sosteneva che l'universo fosse un insieme di infiniti accidenti, costituito da un "clima cosmico", identificato da Peirce nella teoria del tichismo. Un altro comune dissenso tra Wright e Peirce è verso il metodo di Spencer nel quale le proposizioni generali sono formule espositive. Ma la vera diatriba tra i due si estendeva al modo di ritenere il "fatto" e la "forma". Una concezione evoluzionistica non può cogliere il fatto reale nella sua singolarità e la forma come pura astrazione mentale: secondo Peirce ogni processo è un movimento, ogni movimento è un scopo in tensione verso la forma. Si va dall'idiosincrasia dell'essere sino alla conformità del "pensiero in generale". L'evoluzione è, così il conseguimento di uno scopo, che si trasforma in desiderio (volizione); ciò che viene desiderato è sempre un fatto che, nel tentativo di essere eseguito, il desiderio fa sempre più specifico. Un abito diventa, così incarnazione di un'idea generale: il problema della natura viene risolto in chiave pragmatica. Il pragmatismo di Peirce è dunque "lo stretto legame fra la teoria del significato e l'analisi evoluzionistica della natura degli abiti".

4.5 Williams James: la nascita del pragmatismo ufficiale

La sua prima tendenza fu quella positivistico-spenceriana. James si proponeva di portare la psicologia al livello di scienza naturale e a Spencer riconobbe il merito di aver aperto il cammino alla psicologia scientifica. Wright gli fece notare però quanto "deterministico" e "aprioristico" fosse l'evoluzionismo spenceriano, dal quale James ben presto si distaccò, rifiutando la riduzione "monistica" del problema della psicologia: riduzione di stampo metafisico piuttosto che scientifico.

Approfondimenti - Spencer

Per Spencer esisteva un solo ordine di fenomeni, ma James accettò di buon grado la teoria del Darwin: "le variazioni spontanee rendono conto del carattere creativo dei fattori dell'esperienza". Questo avvicinamento di James al darwinismo è la prima base per la sua teoria pragmatica dell'intelligenza e del significato e mai come per James il pragmatismo è un'applicazione dell'evoluzionismo darwiniano; diventa una conseguenza che oltrepassa di molto i "limiti" scientifici di Darwin, quelli epistemologici di Wright e poi quelli logici di Peirce: I'interesse di James sarà il carattere psicologico del pragmatismo22 . James individua, così, accanto al bisogno logico, un bisogno psicologico, ma la domanda iniziale sarà sempre la stessa, riguardo alle cose, ma non con il carattere teoretico di Wright e di Peirce, ma con un significato pratico: una filosofia deve essere accettata universalmente se definisce il futuro in modo adeguato alle nostre facoltà spontanee. Nel saggio dell'8 1 "Reflex action and theism" I'elaborazione teoretica è vista come momento mediano fra due estremi (dalle impressioni sensoriali alle azioni).

Esistono, quindi, tre momenti: l'impressione sensoriale, la riflessione e l'azione; quest'ultima è il campo che i pensieri elaborano come decisioni e propositi. La mente dunque è un meccanismo teleologico: lavora per raggiungere il fine dell'azione.

Si vede come James abbia preso in seria considerazione il contenuto del saggio del '78 di Peirce nel quale il pensiero ha come unico significato il rendere possibile l'azione. Questi esiti James li identifica in un teismo, mentre Peirce nel processo della scienza.

Il proposito di innalzare la psicologia a scienza determinò in James una precisa impostazione metodologica, che si rifaceva al metodo delle scienze naturali, ma questo sarà un passo non privo di implicazioni filosofiche o "metafisiche". Nelle prime pagine dei "Principi" egli affronta questa strada e subito si delinea quale sarà la sua teoria: afferma che la spontaneità della mente è selettiva e riduce la totalità del fenomeno a fattori parziali. L'azione volontaria sorge così dall'interazione di più fattori; in tal modo il cervello e la coscienza possono operare insieme. Questo interazionismo non è nient'altro che un'intelligente applicazione psicologica della teoria darwiniana: il progressivo automatismo dei centri nervosi è frutto dell'evoluzione. E' da stabilire se questa evoluzione esista. Il rapporto tra l'attività celebrale e quella mentale diventa sempre più intrecciato, perchè ciò che prima era ancora oggetto di decisione ora diventa abitudine. Si noti come questa non appaia come lo sviluppo del tentativo di Wright di spiegare "I'evoluzione della coscienza e il sorgere dell'autocoscienza", ma questo sviluppo dimentica quella teoria dei segni che lo stesso Wright trasmise a Peirce e che serviva per capire le attività psichiche e quelle superiori.

Qui si nota il distacco tra James e Peirce, quel distacco dalla logica che avrà luogo per una diversa interpretazione della "massima pragmatica". Si è detto prima "abitudine", ebbene, James nel capitolo IV dei "Principi" la identifica con il concetto di materia: ha le stesse proprietà della materia. L'abitudine è il frutto della "plasticità"23 dei materiali organici di cui i corpi sono composti, ma lo sforzo di mostrare come l'attività celebrale sia un nesso con quella mentale ha perso per il lettore di oggi le sua importanza; molto più interessante è invece lo studio della mente "per via introspettiva" che James espone nel capitolo IX: egli afferma che del pensiero si può dire solo che esiste e agisce. Questo è l'intero complesso della corrente della coscienza ed ogni coscienza personale è data da un pensiero. Nel pensiero mai le sensazioni si ripetono, quello che viene sempre riconosciuto è l'oggetto. Non si sperimentano, dunque, le sensazioni, ma vi sono dei contesti di esperienza in continuo mutamento e le sensazioni pervengono come termini di relazione (teoria delle relazioni). Gli oggetti delle sensazioni sono poi gli scopi prescelti dall'attività intelligente. Il pensiero, cosi non si forma sulle relazioni, ma sugli oggetti portati da esse. In argomento James polemizza con gli idealisti che negano che esse siano delle "illusioni verbali", ma non le colgono tra i fatti dell'esperienza; per James le relazioni sono una realtà cosciente, sebbene esse non siano traducibili nei termini del linguaggio comune; I'importante non è cosa esse siano, ma cosa esse fanno: ci danno sensazioni di cose definite. Nei capitoli successivi James coglie l'ispirazione peirceiana di un elemento essenziale del pensiero dell'amico: il significato come scopo della ricerca, ma egli non capisce il valore inferenziale che pone una nuova logica; la riduzione del significato a scopi pratici non è altro che la superficie della teoria pragmatica del concetto. Per James il significato è teleologico.

Ma il vero concetto che James sviluppa e che per noi e di grande interesse è la psicogenesi: la tendenza a pensare certe cose come le relazioni le spiegano; come la mente sia la risultante dei fattori dell'ambiente. Il risultato sarà alquanto contraddittorio perchè come lamentava Peirce, James non era in grado di pensare in maniera logica e si trovava d'innanzi, magari senza accorgersene, ad errori grossolani sotto il punto di vista filosofico; la questione si ridurrà a questo: se l'ordine dei dati dei sensi sia sufficiente o meno a spiegare l'ordine delle cose. La risposta è negativa e vengono indicate due vie per le quali una razza animale può lottare fra le condizioni dell'ambiente: una è quella dell’addestramento di Spencer, I'altra quella della variazione accidentale di Darwin. In questa seconda ipotesi James vede tutta la relazione tra la psicogenesi e la realtà oggettiva dell'esperienza.

4.6 J. Dewey e l'educazione progressiva

La nostra fiducia va dunque  nella direzione del messaggio del pragmatismo americano, e che poi con John Dewey ha avuto la sua concretizzazione pedagogica altissima anche in questo secolo. Fiducia nell'educazione progressiva. Ed altresì fiducia nelle radici più autentiche dell'Attivismo Pedagogico così come esso si è storicamente sviluppato in Europa. Ci si riferisce, per rigore e precisione, proprio alla corrente di pensiero e di lavoro che aveva di fronte Pierre H. Bovet (1878 - 1965) quando, sul finire degli anni '10, coniò il termine; termine ripreso poi da Adolphe Ferrière (1879 - 1960) negli anni seguenti anche a proposito delle cosiddette èçoles nuovelles; e non in sue riletture italiane del secondo dopoguerra .

In effetti Dewey, teorico di base dell'Attivismo pedagogico "storico", non prestava attenzione tanto e solo ad un attivismo generico e purchessia, quanto ad una pedagogia che si qualificava mediante strumenti concettuali di fondo quali quelli di continuità e di interazione. Così ancora Renzo Tassi :

"A rendere la scuola autenticamente attiva nel senso voluto dal Dewey non è propriamente l'attività, ma l'idea che l'attività deve avere uno sviluppo, e cioè deve conoscere un qualche azione.[2]

Egli, in realtà, preferiva impiegare l'aggettivo progressivo, come il già richiamato Washburne, suo allievo e sperimentatore delle sue teorie; ma questa terminologia fine, che pure ha la sua importanza, non impedisce di ricondurre a lui l'Attivismo "storico", così come di ricondurre il suo "Strumentalismo logico" al tronco del Pragmatismo, comprensivamente inteso.

Basi di questo nostro discorso, possono individuarsi in fattori come quelli che seguono:

-         centralità dell'uomo, non come persona e neppure come individuo, ma come elemento di una specie vivente che ha delle prerogative senza alcun riscontro significativo in tutte le altre;

-         evolutività, con riguardo essenziale per l'evoluzione culturale, della quale solo l'uomo è capace in modo non puramente vestigiale proprio in virtù delle prerogative di cui sopra;

-         centralità dell'educazione giustificata e ridefinita proprio in questo contesto;

-         democrazia come informatrice dell'educazione ed, insieme, come suo prodotto, da intendersi in senso progressivo anche rispetto a quello rousseauiano, così come essa si è evoluta proprio negli ultimi decenni del secolo XX;

-         scientificità essenziale, eppure non esaustiva senza residui della tematica educativa, che si manifesta essenzialmente nel rispetto di regole peculiari della scienza come la problematicità, il senso teorico, la coerenza logica, la controllabilità fattuale, il senso storico - critico, come vedremo;

-         attività in educazione, intesa non in quel senso generico (cfr. la citazione richiamata di Calò) che ha consentito di applicare l'etichetta attivistica ad esperienze di ogni sorta, ma come detto attività svolta in seguito alla posizione di problemi, progettualmente, nell'interattività studiata con l'ambiente e con l'educatore, con continuità, con processualità, con finalizzazioni all'evoluzione culturale umana;

-         libertà dell'educando, che oltre a non essere licenza (e quindi ad ammettere regole), le richiede per essere massimizzata nelle sue potenzialità e nel suo esercizio presso ciascuno;

-         socialità in educazione, come elemento caratterizzato e specifico (non si tratta di giustapporre educandi, nè di riprodurre un qualsiasi ambiente sociale, ma di farli lavorare insieme a risolvere problemi comuni secondo regole comunemente accettate, in un'ottica di specie);

-         critica dei fini necessariamente insita e connaturata con qualunque discorso sia di pratica educativa che di riflessione dell'educazione, il che ne fa altro che scienza o somma di scienze (domini all'interno dei quali, come noto a chi ne parli con cognizione di causa e non solo per sentito dire, la critica dei fini non esiste);

-         senso storico, del divenire storico e della critica storica di tutto ciò che è umano (e nulla è più umano dell'educazione e della cultura);

-         e sempre e comunque, la concezione dell'idea per l'uomo, in educazione come altrove in tutti i domini parimenti umani, senza alcuno spazio per il viceversa.


[1] Kant contrappose il valore "pratico" (praktisch) della legge morale al carattere "pragmatico" (pragmatisch) degli imperativi della prudenza. Conseguentemente, Kant chiama "antropologia pragmatica" la considerazione empirica dell'agente umano, distinta dalla ''metafisica dei costumi", che considerava invece le azioni sotto il profilo morale puro. Peirce riferendosi a queste distinzioni kantiane fa suo il termine "pragmatismo per indicare la propria teoria logica del significato connessa agli "abiti di risposta". 

2 a. James adotta il termine “pragmatismo”, rifacendosi però non a Kant, ma all’etimo della parola (dal greco ***= fatto, azione) ed al suo uso nella dottrina conoscitiva-morale di Protagora.

22 Cfr. nota n. 2.

23 "Possedere una struttura abbastanza debole per cedere ad una data influenza, ma abbastanza forte per non cedere tutto in una volta".

[2]    Itinerari pedagogici del Novecento; Bologna, Zanichelli, 19922, pag. 305.

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