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03 - Il linguaggio come strumento... |
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Il linguaggio come strumento della mente Il fatto che la più importante e diffusa forma di comunicazione umana sia il linguaggio verbale ci porta a considerarlo tanto naturale da sottovalutarne la complessa e raffinata dinamica costruttiva. Potremmo allora definirlo "un sistema di comunicazione che usa suoni o simboli con significati arbitrari ma strutturali" (Smelser 1981), sul versante della produzione individuale, ma proprio in quanto sistema di comunicazione esso esige forme e livelli di padronanza che ne assicurino l'efficacia. Non é dunque casuale che H. Gardner (1983) definisca la padronanza linguistica come" l'intelligenza più ampiamente e democraticamente condivisa tra gli esseri umani". La lingua é dunque da considerarsi sia un prodotto di cultura sia colei che "parla" la cultura, e cioè ciò attraverso cui opera la trasmissione/ riproduzione/ generazione della cultura, attraverso i processi di inculturazione (conoscenza della propria cultura) che di acculturazione, conoscenza-manipolazione di culture diverse dalla propria. La lingua é cioè lo strumento essenziale per attuare e per specificare processi di interazione comunicativa, per diventare e restare membri di un gruppo, per esprimere e comunicare agli altri le proprie esperienze, i propri pensieri e i propri sentimenti, per persuaderli, convincerli ovvero per autoregolare i propri comportamenti comunicativi in relazione a quelli degli altri. Il linguaggio verbale ha però anche una valenza euristico-produttiva: é lo strumento privilegiato per esplorare e conoscere la realtà`, per formare progressivamente una rete di significati entro cui inserire i fenomeni osservati o sperimentati, per produrre "cose". La lingua permette di incasellare le esperienze in categorie generali, oggettivandole in campi semantici creati con il lessico, la grammatica, la sintassi (Berger-Luckmann 1969). Il linguaggio, allora, non solo codifica il mondo e l'esperienza che di esso si ottiene, ma crea la conoscenza della realtà`: esso produce una prospettiva dalla quale l'uomo osserva il mondo, indirizza l'impiego della mente nei confronti della realtà` che descrive in forma indipendente e creativa. Il fenomeno dell' "amnesia infantile" (Pontecorvo 1986) ne costituisce una prova indiretta: l'acquisizione del linguaggio porta ad assumere e a riprodurre "schemi" di elaborazione dell'esperienza diversi da quelli usati nella prima infanzia, quando non si ha ancora una competenza linguistica consolidata; non si riescono a ricordare gli eventi dei primi anni di vita in quanto questi ultimi non risultano utilizzabili in seguito, da adulti. Ma torniamo a Bruner. Il problema con cui egli doveva fare i conti, a questo punto della sua ricerca era di conoscere se e come il linguaggio del contesto condiziona e influenza lo sviluppo intellettivo e mentale del bambino. Nella cultura scientifica anglosassone, il riferimento era costituito dalle teorie di Frederic Bartlett ( Remembering, 1932) : il linguaggio serviva essenzialmente sul piano narrativo a riscrivere un copione già presente e tracciato nella memoria. Ma come annota lo stesso Bruner, fu VygotskIj prima, B.Lee Worf e infine N. Chomsky a modificare profondamente tale prospettive e a fare quel passo in avanti che portò al superamento di quel banale luogo comune secondo cui il linguaggio influenza la mente e il pensiero. “ Va a loro merito di aver sostenuto che il linguaggio deve influenza e perfino dar forma al pensiero, il linguaggio non già come resoconto verbale o etichetta, ma come sistema per dividere il mondo in categorie e in rapporti per mezzo ella grammatica e del lessico”( Auto, 168) Gli input Vygotskji V parla di due flussi indipendenti di attività mentale : un flusso del pensiero e un flusso del linguaggio. Nella prima fase della vita il pensiero ha già le sue regole, Il linguaggio, per parte sua. Diventa prima uno strumento e poi un mezzo espressivo del pensiero : è la scatola porta attrezzi attraverso cui la cultura e la storia prendono forma finendo con il determinare l’esperienza e il pensiero Worf Se le nostre modalità di pensiero sono riconducibili a due : quella analitica ( raziocinativa) e quella sintetica ( empirica). E certo la forma forte è quella propria della mentalità analitica. Ma dopo tutto è l’esperienza del mondo e non il linguaggio a dar forma alla modalità sintetica. Wittgenstein ( Philosophical Investigations) Determinarti settori del sapere possono essere compresi, ma non è detto che sia possibile comprenderli meglio, includendoli con altri in settori più generali. Vi è connesso un principio di intraducibilità poiché ogni sfera del discorso costituisce un gioco linguistico governato non tanto dal proprio sistema di regole quanto da un sistema di vita. La traducibilità di un sistema di vita in un altro resta indeterminata, perfino quella orientata in alto verso astrazioni di ordine superiori. Chomsky ( Sinctactic Structures) Non esistono grammatiche dello stato finito. Si tratta di grammatiche associative che si basano in modo esclusivo sui rapporti tra elementi immediatamente vicini in un periodo., grammatiche che non prendono mai in considerazione la struttura della frase dall’alto verso il basso. Il comportamento verbale del neo-comportamentista Skinner viene messo alla berlina. Come non è possibile percepire il mondo senza distinguere la figura dallo sfondo, così non è possibile utilizzare il linguaggio senza imporre in esso le strutture del periodo, periodi con proposizioni nominali, proposizioni verbali e i loro naturali elementi di collegamento. Non è dunque tanto l’esperienza passata che determina un comportamento verbale quanto la natura attiva della mente e del cervello. Dunque il linguaggio doveva trovarsi lì, fin dall’inizio come un generatore di ipotesi innato . Doveva trattarsi di una competenza precostituita, il potere peculiare di una grammatica profonda universale della quale i vari linguaggi erano esempi e realizzazioni di superficie. Jakobson ( funzionalismo linguistico) Innanzitutto, prima di essere trasmesso, il senso deve essere fissato, il che pone subito il problema del significare. Tale operazione porta alla fissazione del senso di una parola nella mente, insieme all'immagine della realtà cui essa rinvia. Significato è il participio-nome che rende attuale tale processo dinamico. La parola senso, invece, indica quanto rimane nella mente del soggetto; essa rimanda all'immagine mentale, statica, immobile, definitiva che risulta dal processo di significazione, strettamente legata al segno che l'ha fissata. Da un punto di vista psicologico, il segno diventa lo stimolo in grado di suscitare una serie di reazioni psicofisiche, capaci di rievocare l'immagine memoriale, di un altro stimolo che ha agito precedentemente su di noi, lasciando una traccia mnestica nella nostra psiche. Partendo dall'assunto che i nomi hanno un carattere puramente convenzionale, e che simbolo e referenza sono strettamente connessi con il referente e viceversa, viene introdotto anche il referente (o la cosa esterna) nel processo significativo. Ne deriva una relazione tricotomica, evidenziata nel triangolo logico di Ogden e Richards che presenta simbolo, referenza e referente ai tre vertici, come appare nella figura qui appresso. Il triangolo di Ogden e Richards La differenza che offre questa simbologia rispetto a quella saussuriana sta nel fatto che, mentre per Saussure immagine acustica e concetto sono pure e semplici realtà mentali, qui il simbolo contiene sia l'immagine acustica, sia la forma significante. Inoltre, il simbolo ha un carattere puramente «referenziale», in quanto le parole non significano nulla di per sé, ma indicano solo il riferimento» a qualcosa, sono « rivolte verso» qualcosa e la parola senso sta a indicare la direzione, il senso di marcia; il simbolo, infatti, è volto verso il referente, ma passando per la referenza e viceversa. Il significato non è una componente del segno, insieme al significante, ma risulta dai tre vertici del triangolo: la parola (o simbolo), la referenza (o pensiero), il referente (o evento esterno). Il simbolo prende il posto del referente, ma non comunica con lui che attraverso i lati del triangolo. La realtà esterna è esperita dal soggetto che porta nella sua mente le tracce delle situazioni segniche in cui si è imbattuto. Queste tracce residue (o engrammi) contribuiscono a «conoscere» il mondo. La «conoscenza» diventa una serie sempre più vasta di situazioni segniche il cui ripetersi produce gli automatismi verbali, così come la « comprensione» è il nesso che collega la realtà esterna con la realtà psichica. Infine il «significato» sarà il risultato degli effetti mnestici di uno stimolo, la somma delle associazioni e situazioni; SIGNIFICATO = USO, come afferma Malinowski. Dunque quando trattiamo del segno non possiamo non parlare della sua funzione nella comunicazione. Lo schema saussuriano ci propone: a) un parlante, b) un ascoltatore, c) un qualcosa che si vuole comunicare, d) dei segni con cui awiene la comunicazione. Notiamo tre tipi di fenomeni: 1) psichici (concetto e immagine acustica); 2) fisiologici (fonazione, audizione); 3) fisici (trasmissione dei suoni per mezzo delle onde). Inoltre, il circuito può essere diviso in: a) una parte esteriore (non psichica); b) una parte interiore (psichica), c) una parte attiva (dal centro di associazione di A all'orecchio di B); d) una parte passiva (dall'orecchio al centro di associazione di B). Ma Il segno, come portatore di senso, ha la funzione di comunicare. Ma per evitare interferenze ed errori di interpretazione dovrebbe esserci un solo nome per ogni senso e un solo senso per ogni nome. Nella lingua ci imbattiamo. invece, continuamente in parole polisemiche, quali per es «ordinazione» (sacerdotale o di merce); «chiave» (strumento per aprire o svelare e segno musicale); la parola «cosa», l'aggettivo «buono», il verbo «fare», ecc. che assumono significati diversi a volte contrastanti, a seconda del contesto in cui figurano; e ancora sinonimi e omonimi, cioè termini diversi ma con lo stesso senso, oppure uguali ma con significati diversi. Dobbiamo però dire che tutti questi usi delle parole così bene allineati nel dizionario, sono virtuali, rappresentano la «potenzialità» del lessico in quanto nella realtà del discorso uno solo e soltanto quello si fissa, si contestualizza. Ogni parola è dunque legata al suo contesto donde trae il suo senso preciso. Il senso contestuale è inconfondibile e si assimila a quello di base solo nel linguaggio tecnico-scientifico (es. aspirina, tonsillectomia, ampère, catodo video transfert, Es, blackout, ecc.). Ma i termini scientifici sono specifici, poco in uso e anche abbastanza rari. Capita, allora, che una parola finisca per essere sentita come diversa da sé stessa, quando sia legata a un altro termine che ne precisi il senso. Tuttavia, nel discorso si realizzano altre associazioni significative che vengono definite connotazioni in quanto colorano, specificano, attualizzano il contesto senza alterarlo, creando un effetto di senso detto stilistico. Le connotazioni espressive sono evidenziate, nella lingua scritta, dai segni di interpunzione; nel parlato dal gesto, dall'atteggiamento del volto, dall'accento di insistenza e dall'intonazione. Sono tutti espedienti che il locutore impiega (a volte con sottile furbizia) per trasmettere all'interlocutore la sua emozione, i suoi desideri, le proprie idee; questa tecnica, quando è voluta e messa in atto deliberatamente da chi parla, è anche chiamata « captatio benevolentiae ». In ogni caso, che ce ne rendiamo conto o no, tali valori semantico-espressivi sono intenzionali, nel senso che il parlante deve caricare il suo messaggio di « espressione » se vuol renderlo convincente. Le connotazioni socio-contestuali, invece, evocano nell'ascoltatore l'idea di un certo ambiente, di un certo gruppo sociale, del grado d'istruzione, della professione di chi parla. Ognuna di queste realtà è evidenziata da una parola, da un'espressione specifica, da un tono di voce, insomma da una serie di piccoli ma chiari indizi, facilmente rilevabili da chi ascolta, che subito lo mettono in grado di classificare chi parla. Tali connotati sociali non sono voluti dal soggetto che nondimeno se li trascina dietro e, talvolta, possono creare un effetto di stile. Sia i « valori espressivi », sia i « valori socio-contestuali » sono « associazioni extrasemantiche di origine naturale». «In entrambi i casi si ha una associazione secondaria motivata che si aggiunge all'associazione primaria convenzionale che accredita il senso. In ogni parola si trovano dunque quattro tipi di associazioni: il senso di base, il senso contestuale, il valore espressivo, il valore socio-contestuale. A seconda degli individui e delle circostanze, all'interno della parola si producono degli scambi costanti fra queste diverse associazioni. La funzione delle tre associazioni sussidiarie consiste nel precisare e nel colorire il senso di base, ma sviluppandosi, esse possono deformarlo, soffocarlo o persino sostituirsi completamente ad esso, questo è il problema degli slittamenti di senso» Se dunque la funzione del segno è quella di comunicare un senso, le parole che lo veicolano si trovano, nel discorso, a sfiorare limiti semantici sempre nuovi, attratte, come sono, dai campi semantici dei termini che incrociano e con cui si uniscono momentaneamente o stabilmente per formare i sintagmi. Tale influenza esterna le carica di sensi nuovi, a volte inaspettati e insospettati; e di qui prende l’avvio la spinta che porterà più tardi allo «slittamento di senso» e ai cambiamenti semantici. Come la creazione semantica è volontaria e cosciente (tale è l'atto di «parole» saussuriano), così l'evoluzione del senso è altrettanto spontanea e spesso indipendente da chi ha creato la parola stessa. Anche l'essere umano è voluto, nella generazione volontaria e cosciente ma una volta uscito dal seno della madre, egli diventa qualcuno che si costruisce da sé, con il concorso della società e dell'ambiente che lo circonda. Lo stesso awiene negli animali e nelle piante che spesso «tradiscono» il giardiniere o l'allevatore con fiori, frutti e specie diverse da quell'esemplare che egli aveva calcolato di ottenere. Dunque il senso di una parola è il risultato di un equilibrio complesso, ma anche precario, perché è sufficiente che intervenga un leggero spostamento per provocare una reazione a catena che coinvolge, non solo la parola in questione, ma spesso anche quelle che hanno delle affinità con essa o che, comunque, sono a lei congiunte. La constatazione dell'esistenza di una certa affinità semantica fra parole, ci porta a considerare il concetto più vasto di « campo semantico ». Si considera il lessico di una lingua una struttura, un sistema che abbraccia e seziona, in un certo modo, quelle porzioni di realtà che esso riflette. Tale atteggiamento procede dalla teoria del «valore linguistico» già enunciata da Saussure, ma più tardi sviluppata da Hjelmslev e dai suoi discepoli della scuola di Copenaghen. Saussure prevedeva un rapporto di valore fra le parole esistenti all'interno di una lingua. Affermava che il lessico non è una somma di parole, una nomenclatura, una lista di termini aventi ognuno il proprio corrispondente nella realtà esterna, ma un insieme strutturato in cui i campi concettuali e quelli lessicali si influenzano l'un l'altro. La svolta di Bruner Imparare a codificare linguisticamente il mondo per poi operare sul linguaggio anziché sul mondo : era questo l’ultimo stadio dello sviluppo cognitivo. Il passaggio dalla cultura orale a quella scritta acquista nella prima e seconda infanzia un significato profondo: la possibilità` di scrivere non allevia il carico della memoria ma ne specifica e ne estende la potenza; il linguaggio scritto, essendo svincolato dal contesto, favorisce lo sviluppo delle funzioni logiche; i sistemi di scrittura alfabetici e l'invenzione della stampa rendono più accettabile e perciò più accessibile ed economico il testo scritto; infine, il linguaggio scritto consente ad ogni utente di differenziare e di confrontare con un modello argomentativo i propri personali ritmi di analisi e di acquisizione. Oggi, in tutte le società` sviluppate, l'alfabetizzazione é lo scopo centrale dell'istruzione di base e la lingua il multiverso attraverso il quale si realizza la trasmissione della cultura, la socializzazione, la personalizzazione degli stili cognitivi di ciascun parlante. Il legame tra scuola e lingua i sottolineato dai Nuovi Programmi per la scuola elementare, che risultano attraversati dalla concezione della centralità della formazione linguistica nel curricolo scolastico di base. Inoltre l'interazione linguistico-cognitiva viene indicata come uno dei principali fattori della motivazione intrinseca del bambino a scuola: in essa si "apprende in una situazione di gruppo dove si assumono ruoli sociali attraverso il dialogo e il discorso e dove si devono negoziare in modo esplicito ed approfondito i significati" (Pontecorvo 1986).
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