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06 - Rashomon: le molte verità |
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Rashomon: le molte verità di un fatto Il cinema è un'altra bella miniera, tutta da scoprire. Il capolavoro della cinematografia sul "punto di vista" è il film in bianco e nero del 1950, Rashomon, del grande regista giapponese Akira Kurosawa. La storia si svolge in Giappone, intorno all'anno Mille e Cento. Ma sentiamo cosa dice la scheda del film: Sotto il portale di un antico tempio si sono rifugiati, per ripararsi dalla pioggia, un bonzo e un boscaiolo, entrambi reduci dall'avere assistito ad un processo per l'assassinio di un samurai, ucciso mentre attraversava la foresta insieme alla moglie. Ai due si unisce un servo che, incuriosito, si fa raccontare quanto è avvenuto durante il processo. Come testimoni sono comparsi davanti al giudice un bandito, Tajomaru, la moglie del samurai, Hasago, e il samurai stesso, la cui anima è stata evocata da una veggente; e ognuno dei tre ha raccontato l'accaduto in maniera diversa. Il bandito ammette di avere ucciso il samurai, ma giura di averlo fatto lealmente, in duello. La moglie dichiara di avere assassinato il marito, perché questi non l'aveva difesa dai volgari approcci del bandito. L'anima del samurai confessa un suicidio, causato dalla vergogna per il comportamento indecente della moglie. L'unico testimone oculare del fatto, il boscaiolo, riferisce invece di come il bandito abbia ucciso vilmente il samurai, durante una rissa scatenata dalla malizia della donna. Ma forse anche il racconto del boscaiolo non è veritiero... Nessuno di loro mente, ma la discrepanza delle versioni è notevole. Il regista ha voluto mettere in luce il fatto che i racconti così diversi dipendono dal ruolo che ognuno dei protagonisti ha avuto in quel fatto criminoso. Sono cioè i ruoli vissuti a determinare le molte verità. In un libro di Cesare Musatti (che fu il fondatore della psicoanalisi in Italia), dal titolo Elementi di Psicologia della testimonianza[1], viene messo in luce, soprattutto nella parte relativa alle testimonianze fatte alla polizia dagli osservatori-testimoni di fatti, come "un testimone invitato a riferire ciò che diciamo poi fatto reale, non ha mai una situazione interiore semplice e costante. […] la stessa memoria di un fatto si modifica nel tempo, e il testimone è egli stesso incerto sulla validità o meno del proprio ricordo. […] I racconti forniti da una persona - osserva Musatti - sono di grande interesse psicologico. Danno infatti modo di vedere che, anche nella intimità della vita di coscienza individuale, possono coesistere, o alternarsi, più versioni di un fatto. Per cui in un certo modo non esiste una verità." Così dice Musatti il quale, per far capire tutto questo, indica in Akira Kurosawa il regista che meglio ha saputo interpretare questo interessante gioco del punto di vista. "L'autore dell'opera - dice Musatti - fa vedere concretamente come, in luogo di una vicenda esistente per sè (e cioè una unica realtà obbiettiva) ci siano tante differenti realtà quanti sono coloro che hanno vissuto un fatto, come è narrato in modo stupendo nel film giapponese Rasciomon[2]."
[1] Cfr. Cesare Musatti, Elementi di Psicologia della testimonianza, Liviana Editrice, Padova 1989. [2] "Rashomon" è la traslitterazione dai caratteri giapponesi a quelli latini, mentre "Rasciomon" compare nella versione italiana del film.
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