06 - P Papalagi: la tibù dei bianchi

 indice del modulo  materiali

 

Calendario

Moduli

Verifiche

Bibliografia

Bacheca

Forum

__________________

Project Designer
Monica Banzato

Web Master
Domenico Corcione

 

I Papalagi: la tribù dei bianchi

            Erich Scheurmann, un artista tedesco amico di Hermann Hesse fuggito nei mari del Sud per evitare la prima guerra mondiale, trovò uno scritto di Tuiavii di Tiavea che era un saggio capo indigeno delle Isole Samoa il quale aveva compiuto un viaggio in Europa agli inizi del secolo, "venendo a contatto - si legge nella quarta di copertina - con gli usi e costumi del "Papalagi", l'uomo bianco. Ne trasse delle impressioni folgoranti che gli servirono per mettere in guardia il suo popolo dal fascino perverso dell'Occidente". Scheurmann lo fece pubblicare in Germania nel 1920. "Papalagi - si legge ancora - è un trattato etnologico sulla tribù dei bianchi, esilarante ed atroce."

            Nell'introduzione, Scheurmann ci avverte quanto sia "importante sapere con quali occhi un uomo ancora così strettamente legato alla natura vede noi e la nostra civiltà" e che  "attraverso i suoi occhi impariamo a vedere noi stessi da un angolo di visuale che non potrebbe mai essere nostro." "Egli possedeva in straordinaria misura il dono di saper vedere in maniera obiettiva, libera da ogni preconcetto. Nulla lo poteva accecare, e non v'erano parole che potessero distoglierlo da una verità. Egli vedeva per così dire la cosa in sé."

            Tuiavii, l'isolano primitivo, considerava tutte le conquiste della civiltà europea come un errore, un vicolo cieco. Non riesce a vedere in che cosa consista il grande valore della civiltà europea, dal momento che essa distoglie l'uomo da se stesso, lo priva di autenticità, di naturalezza, lo rende peggiore. «Voi credete di portarci la luce, in realtà vorreste trascinarci nella vostra oscurità».

            In una sorta di infantile sincerità e in una totale irriverenza sta, a mio avviso - dice Scheurmann - , il valore dei discorsi di Tuiavii per noi europei e anche la ragione di una loro pubblicazione."

            Seguiamolo dunque questo autore polinesiano che descrive i Papalagi (cioè noi europei) così come ci vede.

            Nel descrivere il nostro modo di vestire e i luoghi delle nostre abitazioni nelle città, compreso il modo di vivere nelle città, ma rilevando anche le assurdità dei nostri comportamenti dal suo punto di vista, ci fornisce un quadro secondo cui gli europei vivrebbero "come degli animali".

E' davvero fiero delle sue pietre [le case] il Papalagi? - Si chiede l'autore - Non lo so. Il Papalagi è un individuo con strani pensieri. Fa molte cose che non hanno alcun senso e che lo rendono malato, e tuttavia ne vanta i pregi e ne canta le lodi.

            E fra le molte cose strane del Papalagi, fra cui ad esempio che il Papalagi non ha mai tempo e che solo i bambini hanno una visione corretta del tempo finché non imparano a leggere quello che gli europei chiamano orologio, ne viene descritta una in particolare che merita di essere in parte riportata per la sua straordinaria forza descrittiva.

"Fratelli - dice Tuiavii rivolgendosi ai suoi Samoani - voi sapete che io non mento e vi dico tutto come io in verità ho veduto, senza nulla togliere o aggiungere.

Del luogo della falsa vita […]

Molto, miei cari fratelli del grande mare, molto avrebbe da raccontarvi il vostro umile servo, per darvi un'idea della verità sull'Europa. […] la vita dell'Europa non può esistere senza il luogo della falsa vita […].

Il luogo della falsa vita. Non è facile descrivervi questo luogo, che il bianco chiama cinema, in modo che voi possiate comprenderlo e immaginarlo chiaramente con i vostri occhi. In ogni città o villaggio d'Europa c'è uno di questi luoghi misteriosi […].

Il cinema è una capanna, più grande della grande capan­na del capo di Upolu, sì, molto più grande. E' buia anche in pieno giorno, tanto che ciascuno non può riconoscere chi gli sta accanto. Così che si resta accecati quando si entra, ma ancora più accecati quando si torna fuori. Qui la gente entra e si avvia tastando il muro, fino a che una vergine arriva con un piccolo lampo nella mano e la guida dove c'è posto per sedere. Stretti stretti i Papalagi siedono tutti in fila nel buio, nessuno vede il vicino, la buia capanna è colma di gente in silenzio. Ciascuno siede sulla sua piccola panca e tutte le pic­cole panche sono volte verso una parete.

            E' in questo contesto che Tuiavii descrive un particolare personaggio che, trovandoci proiettati negli anni '20, svolgeva un ruolo non secondario nelle sale cinematografiche quando il cinema era muto. Egli racconta che dal fondo della sala sale un gran rumore e che quando gli occhi si sono abituati all'oscurità si riesce a riconoscere un Papalagi che "lotta con un cassone".

Con le dita tese di entrambe le mani batte sopra tante minuscole lingue bianche e nere che il cassone butta fuori, e ogni lingua stride forte e dà a ogni tocco un suono diverso, così che ne nasce uno stridore furio­so come in un grande litigio in un villaggio.

Questo rumore dovrebbe distrarre i nostri sensi e indebolirli, affinché crediamo a ciò che vediamo e non dubitiamo che è vero e reale. Proprio davanti alla parete si irradia una luce molto forte, come se sulla parete battesse un fortissimo rag­gio di luna, e in questa luce ci sono uomini che sembrano e vestono come veri Papalagi, che si muovono e vanno avanti e indietro, camminano, ridono, saltano, proprio come in Eu­ropa si fa dappertutto. E' come il riflesso della luna nella laguna. E' la luna eppure non lo è. Così anche questo è soltanto un riflesso. Ciascuno muove la bocca, nessuno dubita che parlino, eppure non si ode un solo suono e parola alcuna, per quanto si faccia attenzione ad ascoltare e per quanto sia fasti­dioso non udire nulla. E questo è anche il motivo principale perché quel Papalagi batte sul cassone nero: esso deve dare l'impressione che le voci non si possano udire a causa di quel rumore. E' per questo che sulla parete di tanto in tanto ap­paiono delle scritte che annunciano ciò che il Papalagi ha detto o dirà.

Tuttavia, queste persone non sono creature vere. Se si volessero afferrare, ci si accorgerebbe che sono fatte di luce e che non si possono prendere. Sono lì soltanto per mostrare al Papalagi le sue gioie e i suoi dolori, le sue follie e le sue debolezze. Così lui vede le donne e gli uomini più belli proprio vicinissimi. Anche se sono muti, lui vede i loro movimenti e il luccichio dei loro occhi. Anzi, sembra che gli sorridano e gli vogliano parlare. Così vede anche i massimi capi, con cui mai potrebbe parlare, li vede da vicino e indisturbato, come fossero suoi pari. Prende parte ai grandi banchetti, a ricevimenti e ad altre feste, così che gli pare di essere dappertutto, sedere a banchetto e far festa con loro. Ma vede anche come un Papalagi rapisce una fanciulla alla famiglia. O come una fanciulla è infedele al suo giovane amante. Vede come un uomo cattivo afferra alla gola un ricco signore e come le dita affondano nella carne della sua gola e gli occhi del signore escono dalle orbite, lo vede morto e vede l'uomo cattivo strappargli dai panni il metallo rotondo e la carta pesante [così, in un altro episodio, viene descritto il denaro].

Mentre l'occhio del Papalagi guarda tutte queste cose liete o orribili, lui se ne deve stare seduto immobile; non può ammonire la fanciulla infedele, non può accorrere in aiuto del ricco signore per salvarlo. Ma questo non dà alcun dolore al Papalagi; anzi, egli guarda ogni cosa con grande voluttà, come se non avesse cuore. Non prova nessuno spavento e nessun orrore. Osserva tutto come se lui stesso fosse una creatura del tutto diversa. Poiché colui che sta a guardare è sempre fermamente convinto di essere migliore degli uomini che vede nella luce, e che lui non farebbe mai tutte le follie che gli vengono mostrate. Sta zitto, trattenendo il respiro, e i suoi occhi pendono dalla parete, e, non appena vede un cuore forte o una nobile immagine, se la prende nel cuore e pensa: «Questa è la mia immagine». Siede lì completamente immobile sulla sua panca e fissa la ritta parete liscia su cui nulla vive, se non ingannevoli riflessi che un mago vi getta da dietro, da una stretta apertura nella parete opposta. Per cui, così, tante cose vivono di una falsa vita. Assorbire dentro di sé queste false immagini, che non hanno una vita reale, questo è ciò che procura al Papalagi un così intenso godimento. In questa stanza buia egli può entrare nella falsa vita senza vergogna e senza che gli altri vedano i suoi occhi. Il povero può fare la parte del ricco, il malato quella del sano, il debole quella del forte. Ciascuno lì nel buio può prendere quello che vuole e vivere una falsa vita, fare ciò che nella vita reale mai e poi mai riuscirebbe a fare.

Darsi in tal modo alla falsa vita è diventata una grande passione del Papalagi, una passione spesso così grande che in essa egli dimentica la sua vita vera. Questa passione è una cosa malata, perché l'uomo giusto non vuole vivere una vita falsa nel buio di una stanza, ma vuole viverne una calda e reale alla luce del sole. La conseguenza di questa passione è che molti Papalagi che escono dal luogo della falsa vita non sanno poi più distinguere questa dalla vita reale e restano confusi e smarriti, si credono ricchi quando sono poveri, o belli quando sono brutti. Oppure fanno cose orribili, che mai avrebbero fatto nella loro vita reale, ma le fanno perché non sanno più distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. E' uno stato molto simile a quello che noi tutti conosciamo negli europei quando hanno bevuto troppa kava europea e credono di camminare sul mare.

[…] Il luogo della falsa vita […ha] reso il Papalagi ciò ch'egli è ora: un uomo debole e smarrito, che ama ciò che non è vero, che non riconosce più ciò che è vero, e prende il riflesso della luna per la vera luna […].

            Chissà che cosa direbbe oggi il gran capo samoano a proposito della televisione!

 

[torna su]