07 - Il tirocinante etnografo

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Monica Banzato

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Domenico Corcione

 

Il tirocinante etnografo

            Circa quattro anni fa, nel '95, venni coinvolto in un progetto di formazione per la Polizia di Stato di Bologna. Le mie esperienza di formazione riguardavano altre figure professionali, insegnanti e medici che si occupavano di sessualità umana, ma mai poliziotti. Anzi, per me la Polizia era rimasta una istituzione repressiva e basta. Dopo qualche ripensamento, ebbi un colloquio con il Questore di allora a cui espressi la richiesta di poter frequentare gli ambienti della Questura per capire i tipi di lavoro svolti dai poliziotti. Spiegai al Questore quale fosse la mia metodologia di lavoro e, rimasto soddisfatto delle mie argomentazioni, mi concesse tutti i permessi. Per circa trenta giorni ho vissuto accanto ai poliziotti dell'ufficio minori, dell'ufficio denunce, dell'ufficio controllo del territorio, dell'ufficio passaporti, della centrale operativa (il noto 113). Non solo. Quando finivo i miei impegni all'Università, ero con loro nei turni di notte delle pattuglie che operano sulle volanti, condividendo con loro anche le condizioni di lavoro: di notte, d'inverno con 5 gradi sotto zero e la macchina non riscaldata per evitare continui bruschi sbalzi di temperatura.

            Ed ho scoperto un mondo.

            Innanzitutto ho scoperto che la Polizia svolge sì un ruolo di repressione (del resto è un'istituzione che si occupa di ordine pubblico), ma ho scoperto un ruolo di prevenzione, un ruolo di aiuto e anche un ruolo di educazione. Dimensioni, queste ultime due, che stentano ad essere riconosciute anche al loro interno. Gli stessi indici di produttività della Polizia sono calcolati solo sulla dimensione repressiva (quanti fermi, quanti arresti, quanti interventi, ecc. ecc.); dimenticando che la Polizia svolge altre dimensioni di grandissima importanza. Il guaio è che queste altre dimensioni sono sommerse e di difficile quantificazione.

            Ho scoperto, ad esempio, sul piano della prevenzione, la macchina organizzativa messa in campo dalla Polizia ogni domenica  negli stadi per il controllo delle tifoserie di calcio. Se la partita dura circa due ore, la macchina preventiva è di circa sette ore: prima, per accompagnare le tifoserie dai treni e dai pullman verso lo stadio, mentre i reparti si dislocano in tutti i punti vitali dello stadio; all'entrata delle tifoserie per un accurato controllo; durante la partita in cui il dirigente di giornata deve prendere in tempo reale decisioni sulla base dei comportamenti dei giocatori o delle scelte arbitrali che fanno crescere le aggressività delle tifoserie; all'uscita dallo stadio, scortando i tifosi fino alle stazioni e individuando percorsi alternativi nella città per evitare che le tifoserie entrino in contatto tra loro; aspettando finalmente la partenza dei treni che riporteranno i tifosi a casa. Tutto questo, ogni domenica e in ogni città, là dove si gioca una partita di calcio. E ho parlato soltanto del calcio e non di altre manifestazioni. Rendendomi conto che la stampa e i cittadini si accorgono del lavoro della Polizia soltanto quando succede il fattaccio che sfugge di mano a questa macchina.

            Ho scoperto, osservando l'ambiente della centrale operativa, che le chiamate al 113, in cui ci sono due operatori a riceverle, sono di natura molto diversa: di denuncia, di aiuto, di disperazione, di problemi che non riguardano l'ordine pubblico.

            Ho scoperto le difficoltà che incontrano i poliziotti che lavorano nell'ambito dell'ufficio minori o dell'ufficio denunce.

            Ho scoperto che i poliziotti intervengono a sedare le liti familiari. In certi periodi dell'anno si raggiungono cifre elevatissime: anche il 70% delle chiamate al 113 riguardano questo fenomeno. E lo stesso fenomeno e le stesse cifre mi sono state confermate anche in una città come Siracusa, essendomi recato là per un corso di formazione. Perché ho detto "in certi periodi dell'anno"? Non è solo in estate, come pensano molti, quando il sole picchia in testa, ma anche in tutti gli altri periodi dell'anno quando i ritmi di lavoro e di impegni sono rallentati e si sta più in famiglia. E' quando si sta assieme che si litiga.

            Ho scoperto, seguendoli nel lavoro di pattugliamento sulle volanti, che gestiscono tutte le categorie di utenza più difficile: ubriachi, drogati, clandestini, prostitute. E a proposito di queste ultime, ho scoperto, ad esempio, quanto sia cambiato il concetto di "retata". Oggi, considerando che il fenomeno ha assunto i caratteri anche dell'inganno (in cui ragazze di altri paesi illuse dalla prospettiva di un lavoro in Italia si ritrovano poi a prostituirsi, costrette da persone che sequestrano loro il passaporto), il lavoro della polizia consiste nel cercare di instaurare un rapporto fiduciario con le prostitute perché queste trovino il coraggio di denunciare quelle persone, che quasi sempre fanno parte di organizzazioni malavitose. In un commissariato di Bologna si è riusciti a realizzare questo e dalla denuncia di una prostituta si è scoperto un intero racket che aveva addentellati con altre attività malavitose: droga, estorsioni, furti di macchine, ecc. Tutta l'operazione ha consentito di mettere in rete altre competenze, come la squadra narcotici e la squadra mobile. Risultato: sconfitta di un intero giro di malavita, tutto giocato a partire dall'applicazione del cosiddetto "effetto Pigmalione", di come cioè le prostitute si sentono trattate dalla polizia. Saper costruire un rapporto fiduciario è un'operazione delicatissima che va studiata e analizzata in tutti i suoi aspetti perché diventi un patrimonio conoscitivo e operativo. Sconfitto un giro malavitoso, ne nascono altri ma nel frattempo si è scoperto una metodologia di lavoro.

            La cosa curiosa è che al commissariato non sapevano di aver costruito tutta quella brillante operazione applicando i meccanismi dell'"effetto Pigmalione". Ed è qui che gioca un ruolo fondamentale la formazione: trasformare le intuizioni in competenze professionali.

            Si capisce molto meglio da questi episodi che cosa significa per un osservatore avere un atteggiamento esplorativo. Per me, che avevo considerato il corpo di polizia una struttura prevalentemente repressiva, fu una autentica scoperta delle loro professionalità e toccai con mano quanto fosse importante accostarsi alle realtà che si vogliono indagare con un atteggiamento di curiosità.

            E la curiosità credo che sia una delle risorse più importanti per un osservatore.

            Detto per inciso, in ogni sperimentazione, in tutti i campi del sapere, ci sta l'esigenza di scoprire nuovi fenomeni. Nel mondo della scuola e nella professione dell'insegnante è la scoperta di fenomeni e meccanismi relazionali che consente di intervenire in termini migliorativi. Non sono le ingegnerie istituzionali pensate a tavolino, senza conoscere i veri problemi quotidiani che devono affrontare gli insegnanti, che miglioreranno il clima scolastico.

            Ed è su queste ed altre scoperte che ho costruito i miei percorsi formativi.

            Un giorno, stavo studiando il contesto istituzionale e i problemi e le relazioni che devono gestire all'ufficio stranieri (irregolari). E' un ufficio che viene definito "caldo" dalle persone che vi operano avendo a che fare con gli arresti e il ri-impatrio delle persone entrate clandestinamente nel nostro paese. Il significato di quel "caldo" lo compresi dal resoconto che mi facevano di alcuni episodi che erano successi. Mi dissero, ad esempio, che le persone clandestine inventano mille espedienti per evitare di essere espulsi dall'Italia. Era recentissimo l'episodio di un extracomunitario che si era lanciato contro una vetrata della Questura infrangendola e ferendosi gravemente. Il suo intento era quello di essere ricoverato in ospedale e quindi di ritardare l'espatrio. Nel frattempo avrebbe pensato a qualche altro espediente, non ultimo quello di fuggire dall'ospedale non appena si fosse sentito bene. In uno dei colloqui che ho avuto con un dirigente che gestiva questo ufficio, mi sentii dire che nell'ambito della prostituzione clandestina le prostitute nigeriane erano le più aggressive ma che i livelli di aggressività dipendevano molto, anche qui, da come si sentivano trattate, ed era per questo che in quell'ufficio operavano solo poliziotti con capacità di interazione umana elevata e che non avessero comportamenti o atteggiamenti razziali.

            Per me fu una straordinaria conferma quello che mi aveva detto quel dirigente e mi servì per costruire, in una delle giornate dedicate alla formazione, tutto il percorso e i meccanismi sottili che entrano in gioco nel cosiddetto "effetto Pigmalione", secondo una definizione che troviamo nella letteratura psico-pedagogica e biologica (a cui dedicheremo maggiore attenzione nel terzo capitolo), notando con immenso piacere che nei momenti di break molti poliziotti andavano al tavolo dove avevo lasciato i libri di riferimento - compresa l'opera di Bernard Shaw, Pigmalione - e si trascrivevano i dati bibliografici per andare a comperarsi i libri.

            Non solo. Tutti avevano colto quanto questo "effetto Pigmalione" - di trattare le persone e del sentirsi trattare - fosse pervasivo, scoprendo da loro stessi che quel meccanismo non era soltanto riferibile alle prostitute, ma poteva riguardare i minori, gli extracomunitari, e anche altre utenze non necessariamente definibili "difficili". E sono convinto che questa modalità di fare formazione consenta una ricaduta immediata sul proprio operare professionale, anche se si tratta di saperi umanistici che per molti è sinonimo di non spendibilità immediata. Certo, non è come saper tirare con la pistola, che il giorno prima non lo sai fare e il giorno dopo sì, ma sono convinto che l'atteggiamento mentale dei poliziotti, che hanno fatto questo tipo di esperienza, sia cambiato.

            Nelle mie esperienze di formazione ho registrato il grande interesse per questo tipo di saperi e di come i poliziotti li vorrebbero non solo nella formazione iniziale ma anche nella formazione in servizio.

            Nella mia ultima esperienza di formazione a Siracusa, dopo aver introdotto e spiegato il meccanismo dell' "effetto Pigmalione", ho sollecitato i poliziotti a ricostruire dei casi del proprio operare professionale e un ispettore ha ricostruito un episodio successo durante gli sbarchi dei clandestini in Sicilia. Riproduco qui il breve testo.

               "[…] Durante uno dei servizi di scorta per accompagnare dei clandestini da Siracusa a Trapani, il 16 agosto '98, sono stato incaricato a svolgere mansioni di ordine pubblico. Mi viene affidato un gruppo di 20 clandestini tra i più facinorosi. Con me operavano altri due agenti di P.S., 8 carabinieri e un sottotenente dell'Arma, tutti giovanissimi.

               Dopo circa mezz'ora di viaggio, con una temperatura esterna di oltre 40° e molto più alta all'interno dei mezzi, il sottotenente, probabilmente in preda ad un certo nervosismo, assume nei confronti dei clandestini un atteggiamento di autorità così marcata da suscitare reazioni di ribellione violente da parte di questi ultimi (proibisce di bere durante il tragitto, pur essendoci acqua in abbondanza, di soddisfare bisogni fisiologici, ed altri divieti).

               Durante una sosta (il viaggio è durato 7 ore), il sottotenente viene allo scontro fisico con uno dei clandestini, afferrandolo per la gola come a volerlo soffocare. Riesco a intervenire e dividere i due, e pur essendo il sottotenente un mio superiore (perché più alto in grado), riesco a calmare l'irruenza e a riportare la situazione in uno stato di relativa tranquillità fino al termine della missione.

               Il risultato positivo che ho raggiunto è stato quello di essere diventato effettivamente una guida per i clandestini che in me hanno visto una persona ed un tutore dell'ordine capace di svolgere le sue mansioni in maniera corretta, rispettandoli come esseri umani, magari più sfortunati, e ricevendone in cambio rispetto e riconoscenza, fino al punto di sentirmi chiamare 'Comandante'."

             La cosa che ho notato è che capire, da parte di questi poliziotti, che esistono dei saperi che danno un senso alle loro attività quotidiane, ha prodotto un atteggiamento in loro di grande interesse verso una formazione così impostata: loro produttori di cultura della sicurezza e protagonisti di quei saperi.

            All'interno di un corso di aggiornamento sulla continuità scolastica, ho avuto l'occasione di lavorare con circa 20 insegnanti che svolgevano la loro attività di insegnamento nella scuola dell'infanzia, nella scuola elementare, nella scuola media inferiore e superiore.

            Una delle tante dimensioni che si è voluto esplorare sulla continuità riguardava i rischi sulle aspettative degli insegnanti che si imbattono nei profili degli alunni, redatti da insegnanti dei livelli di istruzione precedenti.

            Parlare di aspettative è quindi stato inevitabile affrontare i meccanismi sottili che entrano in gioco in quello che nella letteratura psico-pedagogica va sotto il nome di "effetto Pigmalione".

            All'inizio - erano tutti insegnanti che da quasi vent'anni partecipavano a corsi di aggiornamento - sembravano tutti saputelli. Come dicessero: "Ancora con l'effetto Pigmalione? Ma lo conosciamo già!"

            Questa volta però la sollecitazione ha seguito un percorso particolare: partendo dal mito che mette in luce il concetto di plasmare (Pigmalione, nel mito greco, è uno scultore che plasma una statua di marmo), trasferendolo dalla materia (il marmo) alle relazioni interpersonali - anche le relazioni si possono plasmare - e passando alla letteratuta (l'opera Pigmalione  del 1913 di George Bernard Shaw) alla cinematografia (il film Pigmalione del 1938 del regista britannico Anthony Asqwith), approdando alle ricerche degli anni '60 sui topolini del biologo americano Robert Rosenthal e arrivando infine alla ricerca sul "Pigmalione in classe" dello stesso Rosenthal e della sua collega psicologa Lenore Jacobson, il gruppo degli insegnanti è stato sollecitato a ricostruire episodi esemplari, da ricercare nella loro vita professionale, in cui potesse essere riconosciuto il meccanismo del Pigmalione.

            Fra gli episodi che sono stati ricostruiti, quello di un insegnante di scuola elementare merita di essere raccontato, anche per la riflessione che ne è seguita.

                Nella mia classe di una IV elementare - racconta l'insegnante - c'era il classico bambino discolo. Quel prototipo di alunno che nessun insegnante vorrebbe mai incontrare. Era discolo anche alla scuola materna (a proposito di continuità), come risultava dalla sua scheda di profilo.

                Schizzava fuori dal banco utilizzando qualsiasi pretesto, disturbava tutti, si muoveva in continuazione, era sempre distratto, ecc. ecc.

                Nella classe c'era una bambina handicappata. Un giorno, a questa bimba cadde la gomma dal banco a seguito di una mossa maldestra, mentre gli altri bambini erano impegnati a svolgere un compito in classe.

                Il "discolo" colse l'occasione per schizzare fuori dal banco. Raccolse la gomma e la appoggiò sul banco della bimba handicappata.

                Quel gesto, in quel momento, mi parve appropriato e lo sottolineai dicendo: "Sei stato veramente gentile".

                Forse era la prima volta che il "discolo" si sentiva trattato  come "gentile".  Sta di fatto che da quel preciso istante i suoi comportamenti sono cambiati: era sempre attento se la bambina handicappata aveva bisogno di qualcosa o era in difficoltà. E come se si fosse sentito investito del ruolo di cura per quella bambina, era diventato giorno dopo giorno il suo tutore.

                La aiutava, anche nel fare i compiti;  ma è chiaro che per riuscirci doveva innanzitutto saperli fare lui: era diventato il più attento, il più collaborativo, il più curioso, non esitava a chiedere se non aveva capito, perché il tutto era finalizzato ad aiutare la bambina handicappata.

                Solo oggi però, che sono stata sollecitata - e nel modo in cui sono stata sollecitata - a ricostruire un caso esemplare dell' "effetto Pigmalione" mi rendo conto della sua potenza. Il Pigmalione per me era una conoscenza teorica. Oggi ho capito che sono io uno dei tanti Pigmalioni che il mio allievo incontrerà nella sua vita. In vent'anni di corsi di aggiornamento non avevo acquisito questa consapevolezza. Oggi, per me, è come se avessi altri occhi professionali.

            Il meccanismo secondo cui la gente risponde sul piano comportamentale a seconda di come si sente trattata ha fatto scoprire ai poliziotti anche un altro aspetto: e cioè che se loro erano dei pigmalioni nei confronti delle loro rispettive utenze, che anche i loro dirigenti erano dei pigmalioni nei confronti degli agenti. Il non sentirsi apprezzati o valorizzati, ad esempio, produceva in loro apatia verso la professione. Ricordo il ragionamento che mi fece un giorno un dirigente. Disse: "Se questi poliziotti fossero pagati meglio, farebbero anche meglio il loro lavoro." Qualche giorno dopo, parlando a tu per tu con alcuni poliziotti, il ragionamento che emergeva era un altro: "Certo che non ci farebbero schifo dei soldi in più, ma se dopo una investigazione brillante o un lavoro ben fatto, il tuo dirigente ti gratificasse un po', lavoreresti con uno spirito diverso." E questa è una moneta molto più pesante del denaro, una moneta che gioca un ruolo determinante sul piano della motivazione professionale. Un giorno una poliziotta mi ha detto: "E' proprio forte questo effetto Pigmalione. Ti fa capire tante cose e ti rende consapevole della tua professione".

            Anche qui, capendo questi meccanismi sulla propria pelle, ho notato quanta maggiore disponibilità ci fosse nei confronti delle conoscenze teoriche. E riuscire a compiere questa operazione in un ambiente che esalta più la "pratica" che la "grammatica", non è proprio acqua fresca.

            Una formazione, dunque, che è al contempo una scoperta del proprio agire professionale e una occasione di riflessione dei propri potenziali professionali, come avrò modo di spiegare nel prossimo capitolo.

            Impostati così i problemi, diventa persino facile intraprendere percorsi formativi sul concetto di "soddisfazione professionale" o di "valorizzazione delle risorse umane". Ho conosciuto infatti altri dirigenti che hanno una capacità straordinaria di "fare squadra" con i loro poliziotti, senza abdicare al loro ruolo e alle loro responsabilità. Semplicemente perché attenti a valorizzare le competenze anche dell'ultimo agente arrivato e attenti nella gestione delle relazioni umane e professionali. E questi dirigenti che hanno queste capacità sono stimatissimi dai loro subalterni.

            La cosa curiosa che ricordo è una considerazione che un gruppo di poliziotti mi diceva a Siracusa: "Finché queste cose del Pigmalione non le andrà a dire all'Istituto Superiore di Polizia, dove si formano i nostri dirigenti, le cose non cambieranno per noi". A quell'Istituto ho avuto l'occasione di approdare e anche lì ho riproposto, in chiave dirigenziale il problema dell' "effetto Pigmalione". Anche lì ho trovato entusiasmo per questo tipo di saperi ma anche lì mi sono sentito dire da un gruppo di primi dirigenti: "Finché queste cose non le dirà al Viminale, le cose non cambieranno per noi".

            Anche qui è importante riflettere, e la formazione può giocare un ruolo determinante, che i cambiamenti non sono mai veloci. Le bacchette magiche devono lasciare il posto ad una cultura della consapevolezza capace di operare, per ognuno e all'interno del grado che ricopre, quelle piccole trasformazioni che, quando diventa patrimonio diffuso, operano il cambiamento.

 

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