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07 - I ruoli taciti |
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I ruoli taciti e il rischio delle interpretazioni inferenziali In tutti i contesti professionali esistono degli ambiti dei quali ufficialmente non si parla mai perché, molto spesso, sono imbarazzanti: le invidie professionali, le carriere realizzate attraverso metodi non proprio ortodossi, le relazioni gerarchiche, le furbizie, i sotterfugi, le drittate, ecc. ecc.: tutte cose che apparentemente non sono importanti, ma che in realtà hanno delle ricadute sul proprio operare professionale. Questi aspetti sotterranei, che possono motivare emotivamente i comportamenti professionali, richiamano ciò che gli etnografi considerano i "ruoli taciti" che guidano i comportamenti e che consentono una conoscenza culturale indigena di quel determinato contesto professionale. E' importante che si sviluppi questo tipo di studi negli ambiti professionali se si vuole realizzare una formazione efficace. Gli esempi, forse perché di più semplice realizzazione, ci provengono da altri ambiti e comunque sufficienti per comprendere di cosa si tratta. Seguiamo dunque i nostri due simpatici etnografi. C'è sempre il problema: che molto del comportamento è guidato da un riferirsi tacito, di solito da ruoli non dichiarati. Per esempio, quando gli Americani entrano in un ascensore, si comportano in certi modi predicibili. Essi evitano lo sguardo diretto con gli estranei. Stanno con la faccia rivolta alla porta. Gli uomini tengono le loro mani strette davanti a loro o diritte sui fianchi, evitando di toccare gli altri. Le donne tendono a tenere strette le borsette. La gente non inizia conversazioni con gli estranei. Le conversazioni cominciate da qualcuno prima di entrare nell'ascensore cessano momentaneamente, o sono continuate sotto voce. Ci sono molti altri ruoli comportamentali in un ascensore, ma questi sono sufficienti. Noi siamo raramente consapevoli di tutti questi ruoli che governano il comportamento in ascensore. Li conosciamo, e con un'abile interrogazione si può di solito illustrarli. L'etnografo del comportamento in ascensore può, dopo essere andato sugli ascensori nelle più svariate condizioni - affollato, semiaffollato, con altre persone dello stesso e dell'altro sesso, diversa durata dei racconti, una persona, compagnie in festa, uomini e donne d'affari, con l'operatore o senza, ecc. - attraverso un' abile combinazione di interviste casuali e più formali, si costruisce una attendibile etnografia del comportamento in ascensore che ci dice come la gente si comporta e come spiega queste azioni. Noi otteniamo un modello di comportamento e una conoscenza culturale indigena. C'è un problema, tuttavia. Quando intervistiamo gli utenti dell'ascensore, troviamo che possono dirci ciò che fanno su un ascensore. Cioè, loro hanno il requisito di conoscenza culturale per comportarsi in modo appropriato nel contesto dell'ascensore in varie condizioni, ed essi sanno che lo hanno. Quando chiediamo perché essi si comportano in quel modo, i nostri informatori sono probabilmente piuttosto vaghi; "E' disagevole", o "Sono imbarazzato", o "Non è gentile", o ancora "Sarebbe pericoloso" (parlare con gli estranei, guardarli, toccarli, ecc.). Ciò che non sappiamo è perché i nostri informatori si sentono così. Perché sono imbarazzati o a disagio sugli ascensori quando la gente vìola i ruoli? Non possediamo la più profonda spiegazione razionale per dedurre la conoscenza culturale che gli informatori evidenziano in quelle situazioni. Troviamo necessario inferire una spiegazione, e ciò è dove teoria, preferenza, e pregiudizio prendono il sopravvento. La spiegazione razionale che la maggior parte degli antropologi americani preferiscono è culturale. "Nella cultura dell'West, lo spazio personale è importante, così la gente mantiene un minimo di spazio tra loro e gli altri. Gli ascensori creano situazioni dove lo spazio personale può essere violato, quindi si prendono le precauzioni per ridurre quella violazione al minimo". Non è abbastanza. Ma perché gli Americani hanno bisogno di questo spazio personale? "Bene, come sapete, nella cultura americana l'indipendenza e la privacy sono preziose, e lo spazio personale è un'espressione di ciò". Ma, perché gli Americani e non gli Arabi o i Senegalesi? "La gente in ogni cultura ha concetti di spazio personale, ma essi differiscono. Forse i concetti americani di spazio personale riflettono l'espressione di sè e l'individualità che si è sviluppata con l'espansione verso occidente, la frontiera, lo spazio e l'opportunità". Inferenze sopra inferenze! L'inferenza, costruzione di spiegazioni, e modelli di spiegazione che va oltre le osservazioni originarie e la deduzione di una conoscenza culturale indigena determina interessante la lettura. Infatti, questo è ciò che troviamo più interessante. Consideriamo i nostri migliori antropologi come Clifford Geertz, Anthony Wallace, Gregory Bateson, Margaret Mead, Clyde Kluckholn, EvansPritchard, Malinowski, attraverso le inferenze che loro hanno tracciato e come ce le hanno presentate. Tuttavia, loro avevano una solida base di studio etnografico da cui costruire le loro strutture di spiegazione inferenziale. Il problema è che l'etnografia fornisce il materiale grezzo per inferenziare ma l'inferenza deve essere minimizzata mentre si sta facendo l'etnografia e mentre si sta scrivendo un rapporto etnografico. L'etnografo colleziona osservazioni da una prospettiva il più possibile intima. Queste osservazioni sono raccolte in maniera ripetitiva così che siamo sicuri quali comportamenti sono modellati e quali possono essere casuali una volta che succede. E l'etnografo deduce la conoscenza culturale dagli indigeni i quali spiegheranno, e forse, se si ha occasione di domandare, difendono il loro comportamento. Una vera etnografia è una ordinata compilazione di osservazioni e conoscenza culturale indigena. L'inferenza è ridotta al minimo, sebbene qualcuna sia necessaria, anche per sapere quali sono le cose da chiedere ai nostri informatori. Fare etnografia e creare rapporti etnografici richiede di tenere a freno le nostre inferenze e di usarle in maniera parsimoniosa. Ci sarebbe di che spaventarsi di fronte alla complessità di questi aspetti. Credo, tuttavia, che ciò di cui dobbiamo appropriarci è sostanzialmente una cultura della cautela. L'essere cauti è una grande risorsa per sviluppare l'attenzione, la sensibilità, la curiosità, l'osservazione[1] e la sospensione del giudizio: qualità che ci permettono di non rimanere abbagliati da tutti gli aspetti superficiali e di facciata. Ci si renderà conto che fare etnografia è comunque accumulare comprensioni di fenomeni correlati ai vari contesti che i metodi di ricerca convenzionali correlazionali e sperimentali non hanno chiarito: all'educazione, se si tratta di ambienti educativi, o alle professioni, se si tratta di contesti professionali.
[1] Diventare bravi osservatori è fondamentale per una buona etnografia. Ma anche le capacità osservative vanno allenate. Un testo che può aiutare all'allenamento all'osservazione è quello di C. Ziglio R. Boccalon, Lei vede ma non osserva, caro Watson ... . Educare all'osservazione, UTET, Torino 1996.
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