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08 - Il medico di base e... |
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Il medico di base e il "sacco vuoto che non sta in piedi" Prendiamo in considerazione l'attività di un medico di base. Nella sua attività egli incontra utenze di tutti i tipi, dai bambini agli anziani, e qui, per un etnografo è importante cominciare a selezionare e seguire un contesto particolare e un ambito di utenza piuttosto che un altro, perché i risvolti sul piano professionale si connotano in maniera diversa. Ho seguito il caso di un medico il cui contesto di lavoro è un paese della provincia di Bologna e la sua utenza è spesso costituita da persone anziane che appartengono alla cultura contadina. Questo aspetto mi ha incuriosito e questo tipo di utenza ho selezionato. Nel lavoro di etnografo ho selezionato un caso che mi sembra emblematico da raccontare. Il medico sta seguendo da oltre dieci anni una donna, ora sulla settantina, diabetica, lamentandosi con me del fatto che questa signora da dieci anni continua ad avere i valori glicemici "sballati" e che tutte le sue raccomandazioni non hanno mai avuto effetto. Da quel poco che conosco dei diabetici - mio padre era un diabetico - so che accanto ad un trattamento farmacologico, si deve anche modificare il proprio regime alimentare. Per cui chiedo al medico in quale dei due versanti la signora si trova in difficoltà a seguire le sue raccomandazioni. Il medico era convinto che la signora non osservasse meticolosamente il trattamento farmacologico e che assumesse i farmaci in maniera disordinata. Assistetti anch'io, in maniera molto discreta, ad alcuni incontri fra il medico e la signora quando lei doveva farsi prescrivere alcuni farmaci, avendoli consumati. Il medico le raccomandava di prenderli a quelle determinate ore del giorno e, forse per la mia presenza, prese un foglio, scrisse accanto ad ogni farmaco l'ora in cui doveva essere assunto. Il medico espresse un'ultima raccomandazione riferita all'assunzione dei cibi e la signora rispose che su quello non doveva preoccuparsi perché ormai mangiava assai poco. La bellezza del lavoro etnografico sta nella capacità di interloquire con tutti gli attori oggetto dell'indagine, e così cercai di conoscere la signora. Mi congedai quel giorno dal medico ed uscii assieme alla signora. Nella sala d'aspetto la aiutai a rimettersi il cappotto e con quel gesto mi guadagnai la sua simpatia. Dopo due battute mi ritrovai con un invito ad andare a trovarla a casa sua. Potenza della cultura comunicativa emiliana! Accettai l'invito e l'andai a trovare. Viveva e vive in una grande casa colonica, anche se un po' dimessa. La sua voglia di raccontare era irrefrenabile ed io l'ascoltavo. Le chiesi, quando trovai lo spazio adeguato, come stava con il suo diabete. "Ah!
- disse - Non me ne parli. Io non so più cosa fare? Non riesco ad avere i
valori a posto". Investigando un po' su quella frase, colsi lo spessore di tutta una serie di pregiudizi sull'alimentazione propri della cultura contadina. Che i lavori in campagna sono pesanti e che per far fronte ad essi c'era bisogno di una robusta alimentazione. Sondando allora sul suo regime alimentare, scoprii che la sua alimentazione era straricca di grassi animali e vegetali, di dolci, ecc. in quantità che farebbero male ad una persona non diabetica. All'ora di pranzo ci ritrovammo a tavola, dopo un suo invito insistente. Lei mi aveva scodellato un piatto stracolmo di tortellini, mentre per lei soltanto un mestolo. "Vede - mi fece notare - mangio pochissimo". Seppi, nel corso del pranzo, che quando lei fa la pasta dei tortellini ci mette dodici uova "perché così viene meglio ed è più appetitosa". Alla faccia della dieta diabetica! Ho pensato. Sarà pure che se ne era scodellato solo un mestolo, ma era pur sempre una bomba calorica. E quello era solo il primo. Seguì il secondo, il contorno, la frutta e il caffè. Qualche giorno dopo tornai dal medico e gli chiesi se conosceva bene la cultura contadina, le loro convinzioni e i loro modi di pensare. "Conosco i contadini perché sono miei pazienti, ma non ne so granché della loro cultura e dei loro stili di vita". "Appunto!" - pensai tra me e me. Le mie continue riflessioni su questo caso mi hanno ricondotto a quello che sostiene Donald Schön quando parla dei saperi tecnici dei professionisti. Nel nostro caso del medico di base si capisce benissimo dove sta la limitatezza di una conoscenza soltanto di natura tecnica. Il suo intervento si limita ad essere solo di natura medico-sanitaria, dimenticando o, meglio, non sapendo che quel sapere si deve calibrare rispetto all'utenza. Riflettere sulla propria professione significa fare un salto di qualità rispetto al proprio agire professionale. Significa attrezzarsi di una mentalità multidisciplinare capace di essere di volta in volta didattica, psico-pedagogica, antropologica, là dove l'intervento medico-sanitario si scontra ad esempio con i pregiudizi culturali. Perché questi sono più potenti dell'informazione e se non si riesce a penetrarli, l'intervento medico-sanitario perde tutta la sua efficacia. E' dalla mancanza di questo abito mentale alla riflessione che nasce col tempo una disaffezione per la propria professione di medico di base e lo riduce, col passare degli anni, a diventare un burocrate sanitario o lo smistatore burocrate di specialismi. Riflettere significa anche porsi degli interrogativi semplici semplici sulla filosofia della vita professionale. Attraversiamo questa nostra esperienza umana una volta soltanto e trenta o quarant'anni li viviamo professionalmente. Vogliamo viverla da protagonisti e nella maniera la più intelligente possibile o sprecare i nostri talenti e le nostre potenzialità lamentandoci in continuazione, sbuffando per ogni contrattempo, schivando le difficoltà e le responsabilità, coltivando le piccinerie, e via di questo passo?
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